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Intervista al Dott. Antonio Guidi: “Anziché patologizzare ogni difficoltà, dovremmo rendere la Scuola la ‘Scuola di tutti’ e usare l’apprendimento per smussare le diversità”.

Il Dott. Antonio Guidi, neuropsichiatra e già Sottosegretario di Stato alla Sanità, sarà uno dei relatori al Convegno promosso dall’INPEF, dal titolo “Dal Diritto allo Studio al Diritto all’Apprendimento”, che si svolgerà il prossimo 26 ottobre nella Sala Zuccari del Senato della Repubblica.

 

Dott. Guidi, un Convegno sul Diritto all’Apprendimento: ad oggi c’è necessità di garantire tale Diritto?

C’è sicuramente necessità di garantire tale Diritto, e non da oggi.

Qualche tempo fa abbiamo cercato di rendere la Scuola la “Scuola di tutti”, sia delle persone cosiddette “normali”, sia di coloro che hanno delle difficoltà in più, rimanendo fermo il fatto che non esiste nessun bambino che non abbia delle difficoltà o delle criticità più o meno profonde, che possono andare dal disagio sociale fino alla disabilità.

Lo sforzo è stato quello di cercare di mettere in campo degli interventi che tendessero a un’integrazione complessiva e collettiva, ovvero che venissero realizzati in modo che tutte le diversità fossero rispettate.

Da qualche anno, a fronte di chi ha voglia di sperimentare, di far diventare la scuola un’agenzia decisiva non solo per il bambino ma anche per gli adulti, cercando di utilizzare l’appronfondimento e l’apprendimento per smussare le diversità, si è fatta un’operazione opposta: si è cercato di creare per ogni criticità una patologia, si è creata una patologizzazione del bambino, per cui per ogni difficoltà, per ogni disagio, per ogni problematica, subito si crea una patologia, una specializzazione, esattamente il contrario di quello in cui noi credevamo. È come se la scuola, anziché essere “di tutti”, fosse diventata la scuola “di ognuno”.

 

A fronte di questa preoccupazione per il rischio di una sanitarizzazione della Scuola, c’è chi parla al contrario di un rischio nel calo delle diagnosi…

Devo dire che in base alla mia esperienza – di quasi mezzo secolo – come medico pubblico specifico, mi sono sentito utile quando ho fatto una diagnosi, ma non mi sono sentito utilissimo quando ho spiegato che non c’era bisogno di medicalizzare un intervento facendo una diagnosi: questa iperdiagnostica che si tende a creare rassicura l’adulto ma ‘frega’ il bambino, come se per ogni problema ci debba essere il medico. Non voglio dire che il medico non ci vuole, ma se ha scienza e coscienza deve dire – alla luce di un intervento diagnostico molto approfondito – che non servono diagnosi, ma bensì altre cose, altre risorse, come gli strumenti didattici. Altrimenti arriviamo a un punto in cui ci vuole la diagnosi perché un bambino è povero, o ci vuole la diagnosi perché un bambino è figlio unico… voglio dire – e su questo sono molto duro e irremovibile – si sono create patologie assolutamente prive di fondamento a cui abbiamo dedicato perfino delle leggi, il che significa che la patologia non è più solo medica o scolastica, ma è diventata anche legislativa. E quando veramente serve la diagnosi, magari non viene fatta.

 

 

Ufficio Stampa I.N.PE.F.

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