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COMUNICATO

“Prozac e Sindrome di Down,
diffusa la sperimentazione negli USA e in Italia”

– A fronte di una mera “speranza”, massicce dosi di psicofarmaci a feti, donne incinte e bambini down –

 

Ancora nel dubbio tra incredulità e stupore, non si può comunque fare a meno di comunicare, immediatamente.
Leggiamo, infatti, una notizia allarmante: “Prozac contro Sindrome di Down, diffusa la sperimentazione negli USA e in Italia”.

Una notizia liquidata nelle pagine in doppia cifra, sui giornali, quelle pagine che arrivano a sfogliare in pochi ed in cui si parla invece, sorprendentemente e con una inquietante leggerezza, di riportare in auge un prodotto che ha causato molto dolore, nonostante sia stato subdolamente soprannominato “la pillola della felicità”.

Molti sono i passaggi sconvolgenti di quanto si apprende dalle dichiarazioni in proposito. Ne colpisce, innanzitutto uno, preliminare: “Buoni risultati sui topi; non è detto che nell’uomo l’effetto sia lo stesso” (fonte Repubblica 16.01.2016).
L’adozione, seppure in forma sperimentale, di tale ‘soluzione’, certa nella drammaticità dei rischi e delle conseguenze, avverrebbe dunque anche in assenza di alcun beneficio certo o almeno probabile.

Non solo: stride, tra i molti elementi nebulosi contenuti tra le righe dei pochi articoli in proposito, il punto in cui si riassumono le differenze tra la sperimentazione statunitense e quella nostrana, che avverrà a Napoli, nella “terra dei fuochi”, anche se nessuno ci spiega il perché sia stata scelta una terra così già tanto provata.
Se negli USA, infatti, si somministreranno ingenti dosi di Fluoxetina a 14 donne incinte, in Italia si ricorrerà ad una strategia diversa: bambini dai 5 ai 10 anni faranno da cavie, senza alcun dato scientifico che giustifichi la massiccia dose sui minori di uno psicofarmaco così invasivo.

Sono sconvolgenti, in tal senso, le parole della dott.ssa Renata Bartesaghi, docente del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie dell’università di Bologna: “Sapevamo che nel cervello con sindrome di Down c’è un difetto nel neurotrasmettitore serotonina […] Abbiamo quindi pensato che la fluoxetina potesse dare benefici. Sui topi l’esperimento è riuscito, portando a un aumento dei neuroni e a un miglioramento delle capacità cognitive. La dimostrazione che il Prozac possa funzionare anche sugli uomini è però ancora lontana: non è detto che nell’uomo l’effetto sia lo stesso. […] speriamo di avere delle prime indicazioni“.

L’esperimento italiano sarà, dunque, diverso da quello statunitense, dove il farmaco verrà dato già durante la gravidanza. “E’ un approccio che suscita un po’ di perplessità, anche perché le dosi utilizzate saranno molto più alte – sottolinea ancora Bartesaghi – ma ovviamente tutti speriamo che abbia successo”.

Non è detto”… “Speriamo”…
Ci chiediamo come sia ammissibile che un intervento del genere si possa giustificare sulla base di un nulla scientifico ma, anzi, si ponga in essere per aprire le strade a quella che è meno di un’ipotesi scientifica.
Ci chiediamo come sia possibile autorizzare a cuor leggero una prassi che nella peggiore delle ipotesi – e non che la migliore sia auspicabile – con una unica somministrazione coinvolge 2 soggetti, e, di fatto, si arrivi a drogare un feto attraverso la madre.
Alla fine della cosiddetta sperimentazione, infatti, si arriverà ad avere 2 soggetti entrambi dipendenti: il figlio e la stessa madre. Una madre che, oltre al disagio di dover affrontare un fatto nuovo nella propria vita – l’arrivo di un figlio – e oltre a dover affrontare l’idea di crescere un  bambino con una sindrome, si vedrà introdurre un’ulteriore devastazione: quella della “pillola della felicità”.

A fronte di una mera “speranza”, si lasciano una donna e un bambino nel dramma conclamato degli psicofarmaci.
Cosa si vuole dimostrare?
Si vuole forse così dire che la mamma sarà “un po’ più felice”, assumendo il Prozac, visto che dovrà prendersi cura di un bambino con la sindrome di Down?
Qualcuno pensa, quindi, che un bambino con la sindrome di Down si meriti una molecola particolare per essere, lui, più felice? Più “intelligente”?
O forse, in realtà, sta avvenendo altro?
Le case farmaceutiche, dopo aver agganciato il bacino di utenza più ampio possibile (bambini, donne, anziani…) agganciano oggi, “finalmente”, anche l’area della disabilità. Che rappresenta una ghiottissima fetta della popolazione (in Italia si contano circa 5 milioni di disabili a vario titolo, mentre non esiste una vera e propria banca dati relativa alla sindrome di Down, nonostante si possa stimare che ne sia colpito un bambino ogni 700/1000 nati).

C’è qualcuno che vuole affermare che un bambino down non sia capace di un grande amore o di una grossa felicità?
Certo, è evidente che ci sia del lavoro da fare, ma di sicuro non attraverso tali sperimentazioni.
Dopo aver diagnosticato in tutti i modi i cosiddetti “normali”, attraverso una serie infinita di malattie nuove e patologie inventate – Iperattività, DSA, Disturbi dell’attenzione, della condotta, disintegrazione della fanciullezza (è chiamata proprio così), borderline… – ora, non resta che “dedicarsi” a quelli che erano stati accantonati nell’area della disabilità e dell’handicap: ora si aggiunge al giro d’affari un’ulteriore fetta, con la taciuta “speranza” di un  successo (finanziario)!

Curioso, tutto ciò, visto che molti studi e fatti dimostrano storie di successo ed esperienze molto belle, ricche di risultati importanti per il benessere e la gioia di questi bambini che nulla hanno a che vedere con rischi, medicine e psicofarmaci.
Esperienze sane, come quella di chi punta sui “diversi talenti”, straordinari e meravigliosi, di questi bambini. La ricerca scientifica è sempre la benvenuta ma non con psicofarmaci!

È fondamentale, allora, che questa notizia non sia relegata nelle ultime pagine dei giornali. È fondamentale gridare che non si mettono le mani sui bambini. Né per interesse, né per nessun altro motivo.
Bisogna fermarli per non esserne complici. Perché siamo l’Umanità per bene,  la Comunità civile, Responsabili del Futuro di tutti.

Prof.ssa Vincenza Palmieri
Presidente Inpef – Fondatrice Programma Vivere Senza Psicofarmaci

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