mercoledì, settembre 22

Un carcere senza sbarre. Il Processo di Reintegrazione Sociale dei Detenuti in Brasile: il metodo APAC.

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Autore: Letizia Dini

Sommario

Qui entra l’uomo, il reato resta fuori” è la scritta che si legge sulle pareti delle carceri APAC in Brasile. L’Associazione di Protezione e Assistenza ai Condannati è un’entità civile di diritto privato, senza fini lucrativi, che applica una metodologia penale propria, denominata “Metodo APAC”, il cui obiettivo è promuovere l’umanizzazione delle prigioni senza perdere di vista la finalità punitiva della pena. Il suo proposito è recuperare il detenuto, definito recuperando, proteggere la società e promuovere la giustizia riparativa riducendo così la possibilità di recidiva.

Nel presente lavoro di tesi vedremo come APAC costituisce una valida alternativa al sistema penitenziario ordinario brasiliano.

Parole chiave: APAC, educazione in carcere, rieducazione, alternativa alla prigione, dignità umana, inclusione sociale, reintegrazione.

Abstract

“The man enters, the crime stays outside” – this is the slogan written on the wall of the APAC prison in Brazil. APAC (Association of Protection and Assistance to Convicts) is a non-profit, private law, civil authority which follows its own penal methodology called “the APAC method”, whose aim is to promote the humanisation of prisons without losing sight of the punitive aim of the sentence. The objective is to rehabilitate the prisoner, defined as ‘a recovering person’, protect society and promote restorative justice thus lowering the incidence of possible recidivism.

This thesis aims to outline how APAC represents a valid alternative to the ordinary Brazilian penitentiary system.

Keywords: APAC, education in prison, re-education, alternatives to prison, human dignity, social inclusion, reintegration.

Introduzione

Il Brasile ospita la terza popolazione carceraria più grande del mondo, preceduto solo da Stati Uniti e Cina.

L’opinione pubblica, il sistema mediatico e quello detentivo credono che la soluzione ai problemi legati alla criminalità stia nella costruzione di più presidi e in pene più severe ma, di fatto, sapere che l’azione criminale comporta una sanzione penale, non impedisce l’azione stessa (questo lo dimostra la correlazione positiva tra numero di carcerati e casi di recidiva).

La pena che priva l’uomo della sua libertà dovrebbe svolgere tre funzioni: punizione per il crimine commesso, risocializzazione dell’individuo e funzione preventiva ma, troppo spesso, questa viene confusa con una necessità di vendetta e sofferenza nei confronti del detenuto.

Ed è proprio questo che viene offerto ai detenuti: sofferenza, rabbia, condizioni di vita disumane, condizioni di salute e igiene scarse, assenza di alimentazione adeguata, di assistenza giuridica e soprattutto di rispetto della dignità umana.

Possiamo quindi affermare che la pena detentiva in Brasile compia appena la funzione di punizione. La prigione non rieduca e la recidiva è una costante. Si osserva che il crimine di recidiva spesso tende ad essere più grave del precedente e quindi possiamo affermare che la pena detentiva, oltre a non aiutare nella risocializzazione dell’individuo, fa sì che lo stesso torni nella società in una condizione peggiore rispetto al momento dell’ingresso in carcere (Muhle, E. P., 2013).

Se ne evince che il sistema penitenziario brasiliano fallisce nel rispettare quanto stabilito dalla Costituzione Federale del 1988 per quanto riguarda i diritti umani, oltre a fallire anche nel processo di risocializzazione dei detenuti. Il problema del sovraffollamento, infatti, contribuisce a far sì che i detenuti vivano in un contesto spesso violento dove non solo i diritti umani indispensabili non vengono rispettati, ma dove non viene garantito neanche l’accesso all’assistenza giuridica, al lavoro remunerato e spesso nemmeno alla possibilità di progredire di regime (ovvero passare da regime chiuso, a semiaperto e/o ad aperto).

In questa complessa situazione, nell’ottica di cercare nuove alternative per il compimento della pena privativa della libertà, affinché il condannato non perda la dignità, ma vi sia piuttosto un impegno nella direzione della risocializzazione, nasce una nuova alternativa: l’Associação de Proteção e Assistência ao Condenado – APAC. Le APAC sono un’entità giuridica di diritto privato senza scopo di lucro create con l’obiettivo di recuperare il detenuto, proteggere la società, assistere le vittime e promuovere la giustizia riparativa (Restán, 2017).

Il modello APAC promette di educare le persone private della libertà per il ritorno in società con un tasso di recidiva nettamente inferiore a quello del sistema carcerario comune brasiliano. Sono anche minori i casi di fuga, indisciplina, ribellione ed episodi di violenza. Un altro grave problema nel sistema penitenziario brasiliano è legato all’evasione dalle prigioni; al contrario è  interessante notare come nei Centri di Reintegrazione Sociale (CRS) delle APAC l’indice di fuga sia insignificante a dimostrazione del fatto che a trattenere il recuperando all’interno delle APAC non siano le sbarre, le armi o i sistemi di sicurezza, ma la consapevolezza di avere l’opportunità di pagare il proprio debito con la società, come previsto dalla legge, con il rispetto della sua dignità. Infatti, contrariamente a quanto avviene nel modello tradizionale, all’interno dei Centri di Reintegrazione Sociale delle APAC i detenuti – denominati recuperandi – vivono in un contesto pacifico, con un clima rilassato e sereno che non mortifica né genera rabbia, indossano i loro vestiti e vengono chiamati per nome, mantengono la loro identità e sono considerati cittadini – titolari di diritti – che scontano una pena. Gli spazi non sono sovraffollati, sono puliti ed esteticamente piacevoli, con un’architettura pensata per lo svolgimento delle attività educative orientate al rientro in società (Grossi, 2020).

La politica di sicurezza nelle APAC privilegia il rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone detenute. Attraverso regole chiare e condivise si dà priorità alle relazioni tra funzionari e recuperandi. Valorizzare queste relazioni riduce la possibilità di comportamenti violenti e rende superfluo dotare di armi il personale APAC. Come Restàn (2017) sostiene, per costruire la fiducia è importante la cogestione degli spazi: sono dunque contemplate alcune mansioni gestionali di pulizia, organizzazione, entrata e uscita, disciplina e sicurezza a carico dei recuperandi in coesione con i funzionari, i volontari e il personale amministrativo.

Le APAC sono descritte come gestite da personale che sposa il metodo e che crede fortemente nel reinserimento sociale delle persone private della loro libertà. Si tratta per lo più di volontari adeguatamente formati e preparati per entrare in relazione con i recuperandi e gestire eventuali conflitti senza la necessità di essere armati. In queste strutture si perseguono i valori della pedagogia della presenza, ovvero ognuno deve impegnarsi a vivere una vita che possa essere di ispirazione ed esempio per gli altri.  Ogni funzionario o volontario può essere considerato una figura educativa per i recuperandi purché conduca uno stile di vita impeccabile. Le APAC si distaccano dall’ideale di criminale definito come mostro, promuovendone invece l’umanità, ponendo una netta distinzione tra il crimine agito e l’uomo che lo ha commesso.

Le APAC sostengono infatti che “siamo tutti recuperandi”, nessuno è irrecuperabile: indipendentemente dal tipo di reato, nessuno è irrecuperabile, anzi, il recupero è compito dell’intera società.

Un’alternativa: il modello delle Associazioni di Protezione e Assistenza ai condannati.

La Associação de Assistência aos Condenados – APAC nata nel 1972 a São José Dos Campos, nello stato di San Paolo, sotto la guida dell’avvocato Mario Ottoboni, è un’entità civile di diritto privato, senza fini di lucro, con patrimonio e personalità giuridica propria e durata illimitata. Le APAC, che sono affiliate alla Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados – FBAC, organo di utilità pubblica che ha la funzione di orientare, assistere il lavoro delle APAC, costituiscono un modello in espansione e attualmente presente in più di 20 Paesi (Bolivia, Brasile, Canada, Cile, Colombia, Costa Rica, Stati Uniti, Messico, Perù, Uruguay, Germania, Bielorussia, Bulgaria, Italia, Ungheria, Corea del Sud, Olanda e altri) (Restàn, 2017).

Il modello APAC è stato definito come “l’avvenimento più importante che segna il mondo odierno in ambito penitenziario” secondo la Prison Fellowship International – l’organismo consultivo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per le questioni penitenziarie (FBAC, 2016).

Dalla relazione FBAC (2019) emerge l’APAC come una realtà consolidata che nel periodo di tempo tra il 1972 ad oggi ha visto più di 45.500 persone nel temporaneo ruolo di recuperandi.

Il metodo APAC è caratterizzato da una disciplina rigida basata su rispetto, ordine, lavoro, coinvolgimento della famiglia del recuperando e instaurazione di un rapporto di fiducia. Una delle differenze principali tra le APAC e il sistema penitenziario comune è che, nelle APAC, i detenuti sono co-responsabili del proprio recupero. L’obiettivo è il recupero del recuperando, la protezione della società, il supporto alle vittime e la promozione della giustizia riparativa.

Per raggiungere questi obiettivi il metodo APAC applica 12 elementi fondamentali di seguito descritti:

  • Partecipazione della comunità: diversamente dal sistema penitenziario comune, che isola il condannato dietro le mura di una prigione, allontanandolo dalla comunità e creando barriere tra essa e il detenuto, nelle APAC la comunità è presente sin dal primo momento. Ciò consente di creare legami tra i recuperandi e la società esterna impedendo così una rottura tra questi e la comunità. Le APAC infatti devono impegnarsi a far sì che la comunità partecipi attivamente alla quotidianità dei recuperandi facilitando la nascita di nuove collaborazioni. APAC cerca di mobilizzare la società attraverso incontri pubblici, l’utilizzo di vari mezzi di comunicazione sociale, le testimonianze dei recuperandi per invitare la comunità a conoscere in loco le unità APAC e per far sì che, con il tempo, possano rompersi tutti i preconcetti nei confronti dei detenuti così come l’idea che il detenuto debba obbligatoriamente soffrire venga superata. È necessario che la società superi l’idea che la detenzione sia l’unico modo per risolvere il problema legato alla criminalità, dimenticandosi che, alla fine della pena, quel detenuto abbandonato dietro alle sbarre molto probabilmente farà ritorno nella società con un sentimento di odio e desiderio di vendetta. Ottoboni (2017) sostiene che la società debba sapere che l’aumento della violenza e della criminalità è legato all’abbandono dei condannati e che ciò porta ad un aumento del tasso di recidiva. Ritiene infatti che la società rappresenti la terza forza ad agire dentro le prigioni. La prima è rappresentata dalla polizia e la seconda dalle persone detenute. Per questo è importante risultare affidabili e guadagnarsi la fiducia dei soggetti reclusi e delle persone all’esterno del carcere (Grossi, 2020).

Secondo Ottoboni (2017) la spiegazione per cui internamente alle strutture non si verificano né rivolte, né atti di violenza e fughe è data dalla costruzione di relazioni interne basate sul rispetto, sulla gratitudine e sul perdono, arricchite dalla consapevolezza che hanno i recupernadi in merito alla gratuità del lavoro svolto dai volontari.

  • Il recuperando aiuta l’altro recuperando: risvegliare nei recuperandi, protagonisti del proprio percorso di recupero, un sentimento di responsabilità, aiuto reciproco e solidarietà. Chi si trova in fase di recupero all’interno delle APAC deve imparare a vivere in comunità. In quest’ottica i detenuti sono responsabili e collaborano nel preservare l’armonia e la disciplina all’interno del carcere, occupandosi in prima persona della pulizia delle celle e dell’igiene delle persone che ci vivono. Ciò contribuisce ad elaborare una leadership in contrasto con il “codice d’onore” carcerario secondo il quale sono i più forti a comandare, sottomettendo i più deboli: quando la cella è a posto, l’intero carcere è a posto, spiega Ottoboni (2014). Il Consiglio di Sincerità e Solidarietà (CSS) è un altro strumento che coadiuva l’amministrazione delle APAC. Quest’organo, composto da recuperandi, sebbene non abbia poteri decisionali, collabora nelle attività e si esprime su questioni come, ad esempio, la disciplina, la sicurezza, la distribuzione dei compiti, la promozione di feste e celebrazioni e la supervisione del lavoro ai fini del calcolo della riduzione della pena. Settimanalmente il Consiglio si riunisce con la popolazione carceraria, in assenza di funzionari e volontari, per discutere le problematiche, proporre delle soluzioni alla direzione e per migliorare l’ambiente dei Centri di Reintegrazione Sociale (Grossi, 2020).
  • Lavoro: APAC riconosce l’importanza del lavoro e ritiene che sia indispensabile e debba far parte del metodo ma, da solo, non risolverebbe il problema. Se così fosse, i paesi e alcuni stati del Brasile che adottano le prigioni private avrebbero già risolto il problema degli alti indici di recidiva. In questo senso APAC riconosce il valore del lavoro ma afferma che non può essere l’unico strumento applicato per il recupero dell’essere umano. Nel regime chiuso l’obiettivo del lavoro è il recupero dei valori. Risvegliare l’autostima, le potenzialità e la creatività. L’enfasi è data al lavoro artigianale, il più variegato possibile. Così come anche nel regime semiaperto, in questa fase il lavoro non ha come unico fine la retribuzione, bensì la disciplina e la professionalizzazione, anche attraverso la rotazione dei recuperandi nelle diverse attività lavorative. È importante sottolineare che lo scopo non deve essere quello di trasformare il regime semiaperto in un’impresa. Il lavoro al suo interno infatti deve essere finalizzato alla formazione professionale dei recuperandi e non al mantenimento dell’unità. Il regime aperto è il momento dell’inclusione sociale nel quale i recuperandi hanno la possibilità di lavorare all’esterno del centro di reintegrazione sociale. In questa fase il lavoro deve concentrarsi su una professione definita, compatibile con l’offerta e con la specializzazione del recuperando, che deve aver dimostrato merito e piene capacità di tornare alla convivenza sociale.

Il percorso interno alle strutture permette un graduale ritorno nella società, per esempio formando gli utenti in una professione lavorativa. Questo reinserimento graduale viene favorito tramite il supporto attivo da parte dei volontari delle strutture.

  • La spiritualità e l’importanza di fare l’esperienza di Dio: secondo il metodo è necessario aiutare i recuperandi a re-incontrarsi spiritualmente per far sì che poi, una volta in libertà, possano continuare ad alimentare la propria spiritualità e vivere con una nuova etica e nuovi valori. Detto questo però APAC è consapevole che non si può parlare di amore e di Dio a persone che sono abbandonate dietro le sbarre. L’équipe deve quindi dimostrare che Dio è amore attraverso gesti concreti di misericordia.
  • Assistenza giuridica: costituisce la spina dorsale del metodo dato che la privazione della libertà è totalmente in opposizione alla natura umana che è stata creata per essere libera. La maggior parte della popolazione detenuta non ha la possibilità economica per contrattare un avvocato e per questo è necessario che le APAC offrano questo servizio gratuitamente.
  • Assistenza alla salute: secondo l’articolo “O condenado è um doente?” scritto da Mario Ottoboni (2006), che affronta il tema delle condizioni di salute delle persone che scontano una pena all’interno delle prigioni dove vi è mancanza di sole, pessima alimentazione, maltrattamenti e sofferenza psicologica, “il condannato solitamente quando non entra malato in prigione, fatalmente ne uscirà ammalato” (traduzione propria). Inoltre è risaputo che l’assenza di servizi che soddisfino le necessità basilari della salute è un aspetto che può generare ribellioni, fughe e morti all’interno delle prigioni. Per questi motivi l’attenzione alla salute deve essere sempre una priorità nel metodo APAC ed è importante che questo supporto sia fornito dai volontari (medici, psicologi, etc.) facendo sì che il recuperando possa comprendere con maggiore facilità che qualcuno si sta preoccupando per la sua sorte e la sua salute.
  • Famiglia: nel contesto penitenziario anche le famiglie dei detenuti soffrono molto Da un lato, vengono spesso sottomesse a perquisizioni umilianti al momento delle visite in carcere, percorrono lunghissime distanze per raggiungere le prigioni che spesso risultano difficili da raggiungere con i mezzi pubblici, attendono per ore in fila prima di poter accedere alla prigione e incontrare i propri cari. Dall’altro, spesso è la famiglia stessa che, per mancanza di risorse, contribuisce alla nascita della violenza e del crimine stesso da parte di un membro di essa. Lo sforzo dell’équipe APAC nel preparare il recuperando al ritorno in società sarà totalmente inutile se non si lavorerà contemporaneamente con la famiglia. Per questo motivo, la famiglia, oltre a ricevere un’accortezza particolare da parte delle unità APAC, è necessario che sia coinvolta, prendendo parte alla metodologia durante tutti gli stadi della vita del proprio familiare all’interno delle APAC. Così come i parenti del recuperando meritano una attenzione particolare da parte delle APAC, così deve essere anche nei confronti delle vittime e/o delle famiglie delle vittime attraverso l’offerta di programmi e assistenza che cerchino di portare sollievo alle loro sofferenze. Qualora ciò sia possibile, è consigliabile che un familiare del recuperando diventi volontario poiché questo sarà di beneficio all’applicazione del metodo. I volontari e le famiglie sono lo strumento chiave affinché sia possibile costruire legami di affetto che si traducano nella sicurezza di tutti, basata, per l’appunto, su relazioni di fiducia. Per rafforzare le relazioni affettive, infatti, vengono permesse visite intime da parte dei familiari. Questa possibilità consente al recuperando di mantenere la propria posizione e il proprio ruolo all’interno del suo nucleo familiare.

La direzione delle strutture indaga sopra la relazione affettiva, che deve essere stabile e veritiera (per evitare incontri intimi sregolati) ed in caso di approvazione richiede esami periodici sulla salute fisica dei soggetti (per individuare ipotetiche malattie sessualmente trasmissibili). Gli incontri, che possono avere cadenza settimanale, si svolgono in un luogo apposito adiacente alla struttura affinché sia rispettata la privacy dei soggetti in un ambiente più adeguato (Grossi, 2020).

  • Il volontario e il corso per la sua formazione: secondo il metodo APAC nulla sostituisce il lavoro dei volontari che, attraverso gesti concreti di carità, fanno sì che i recuperandi scoprano l’amore gratuito, costante e incondizionato. Per operare all’interno delle APAC l’intera équipe deve seguire un apposito percorso formativo poiché un lavoro così complesso non può essere effettuato in maniera improvvisata. Conoscere in modo approfondito il metodo APAC, la psicologia dei condannati e coltivare la spiritualità sono requisiti indispensabili affinché coloro che operano nelle APAC possano svolgere adeguatamente il proprio ruolo. Tra i volontari vi sono anche i “casais padrinhos” – “coppie di padrini” ai quali viene assegnato un recuperando come“afilhado”. Questi volontari divengono un punto di riferimento per il recuperando, che può aver avuto un esempio di famiglia disgregata e contribuiscono a far ripensare all’immagine negativa che il recuperando stesso può aver avuto in relazione alla genitorialità, migliorando così anche l’immagine che ha del proprio padre, della propria madre, di se stesso e persino di Dio. Il metodo, inoltre, considera l’esperienza del rifiuto, a volte vissuta già prima della nascita, come un elemento costante nella storia di vita di chi commette crimini. In questi termini il compito dei volontari è quello di “ristrutturare” quest’immagine offrendo, attraverso la propria esperienza costante e disinteressata, gesti d’amore, di affetto e fiducia sia nei confronti dei recuperandi che dei familiari. Il lavoro delle APAC è basato sul volontariato e sulla gratuità dell’assistenza al prossimo la cui remunerazione svilirebbe la forza della partecipazione comunitaria. Dal libro di Ottoboni (2014) emerge che la remunerazione fa subentrare un interesse materiale, che può portare al fallimento delle APAC e incentivare la corruzione. In base al modello proposto i recuperandi solidarizzano con i volontari dai quali prenderebbero le distanze qualora venissero remunerati, pregiudicando la buona riuscita del processo di reintegrazione (Grossi, 2020).
  • Centro di Reintegrazione Sociale (CRS): pur essendo previsto dalla legge, il regime semiaperto nel sistema penitenziario ordinario, viene utilizzato poco a causa della mancanza di spazi penitenziari adeguati, comportando così, secondo Ottoboni (2014), la perdita del diritto ad un regime di detenzione meno rigoroso per i condannati, a volte trattenuti troppo a lungo nel regime chiuso. Lo stesso si verifica in relazione ai detenuti che potrebbero venire autorizzati a entrare nel regime aperto, dal momento che quest’ultimo ha bisogno di strutture specifiche, nelle quali i soggetti privati della libertà rientrano per dormire. In assenza di queste strutture vi è il rischio che i detenuti possano passare direttamente alla “detenzione domiciliare” senza rispettare il regime graduale previsto dalla legge.

Per facilitare questo tipo di detenzione è stato creato il Centro di Reintegrazione Sociale (CRS), centro interno alle APAC con numero limitato di destinatari che garantisce la possibilità di scontare la pena in regime semiaperto o aperto. Viene così mantenuta la progressività dell’esecuzione penale, dando però la possibilità ai recuperandi di mantenere legami significativi con familiari ed amici, facilitando il processo di reintegrazione in società.

I CRS sono solitamente di piccole dimensioni, organizzati secondo i regimi previsti dalla legge e debitamente separati gli uni dagli altri. Prima che una APAC assuma l’amministrazione di un nuovo CRS è necessario che FBAC (Fraternidade Brasileira de Assistência aos Condenados) verifichi che tutto sia conforme al metodo per il buon esito della proposta.

  • Merito: la progressione del regime avviene sulla base di una valutazione di merito che non è legata alla mera “obbedienza”, ma allo svolgimento delle diverse attività proposte (Grossi, 2020). Secondo Ferreira e Ottoboni (2016) il merito accompagna il percorso del recuperando a partire dal momento del suo ingresso all’interno dell’APAC fino al ritorno in libertà. Tutte le conquiste, i corsi di formazione realizzati, le uscite autorizzate, così come le sanzioni disciplinari variano in base al merito. Si inserisce in questo contesto l’importanza della Commissione Tecnica di Classificazione (CTC), composta da professionisti che conoscono il metodo APAC e vivono a stretto contatto con i recuperandi. La CTC stabilisce chi di loro abbia bisogno di un trattamento mirato e valuta se realizzare gli esami necessari a determinare, per esempio, la progressione di regime e la cessazione della pericolosità. Secondo Ottoboni (2014) in questo contesto un elemento importante da tenere in considerazione durante il processo di recupero è l’entusiasmo con cui i recuperandi si dedicano alla preghiera. In questo senso l’aspetto religioso è fondamentale nelle valutazioni e può tradursi in una discriminazione della popolazione non cristiana visto che l’adesione agli atti cristiani viene valutata come un segnale di buona disposizione verso il recupero. Viene considerato positivamente il recuperando che dimostra di aver cambiato modo di pensare e di avere fiducia in Dio e nei suoi simili. Un requisito indispensabile per il progresso del proprio regime di pena è la partecipazione alle attività educative delle strutture. La persona deve mostrare di agire seguendo i valori del pentimento, del perdono, del risarcimento della vittima e della riparazione a danni causati.
  • Giornata della Liberazione con Cristo: costituisce un momento forte di riflessione e incontro con se stessi, della durata di quattro giorni durante i quali i recuperandi possono ascoltare le testimonianze di ex detenuti e assistere ad altri interventi finalizzati alla valorizzazione dell’uomo e all’incontro con Cristo.
  • Valorizzazione umana: questa costituisce la base del metodo APAC – inizialmente la religione era alla base del metodo ma, con il decorrere degli anni, si è compreso che il recuperando ha altre necessità che precedono la necessità di Dio. È inutile convincere i detenuti che Dio è amore se questi si trovano abbandonati giuridicamente dietro le sbarre, è inutile riflettere sulla bontà di Dio con persone ammalate di tubercolosi, HIV, senza assistenza medica adeguata e con pessima alimentazione all’interno delle prigioni. Nelle prigioni i detenuti passano attraverso un vero e proprio processo di svalorizzazione ed è per questo che la valorizzazione umana è divenuta l’elemento base del metodo APAC. È necessario quindi adottare tecniche psicopedagogiche poiché non basta applicare la spiritualità per ottenere un cambiamento nella mentalità del recuperando. La valorizzazione umana avviene attraverso l’educazione, i corsi professionalizzanti e la terapia della realtà. La tesi di fondo sostenuta da Ottoboni (2014) descrive il detenuto come persona sofferente che indossa una maschera di difesa e che ha un’immagine di sé negativa. Il fine ultimo delle strutture APAC è quello di aiutare i detenuti a riformulare l’immagine che hanno di sé. Questo obiettivo è perseguito mostrando comprensione, interesse per le loro storie, chiamandoli per nome, favorendo incontri con i loro familiari, fornendo loro educazione e formazione professionalizzante.

I beneficiari del metodo APAC e l’organizzazione interna dei Centri di Reintegrazione Sociale

L’entità APAC che, in qualità di organo collaboratore della Giustizia, riceve dal Giudice l’incombenza di amministrare lo stabilimento del Centro di Reintegrazione Sociale, senza la presenza della Polizia Civile e Militare o di Agenti penitenziari, utilizza l’attività dei recuperandi, dei volontari e di alcuni funzionari e amministra la struttura in uno stabilimento proprio, comunale o dello Stato.

Sono quattro i requisiti indispensabili affinché un condannato possa essere trasferito da una comune prigione a un Centro di Reintegrazione Sociale APAC:

  1. Il detenuto deve avere una situazione giuridica definita, ovvero le APAC accolgono soltanto detenuti che già sono stati condannati dal sistema giudiziario e la cui pena da scontare sia già stata definita;
  2. La famiglia del recuperando deve risiedere nella regione dove risiede la struttura APAC;
  3. Il detenuto deve manifestare per iscritto la sua volontà di scontare la pena in una struttura APAC e scrivere anche di concordare con le norme APAC;
  4. Le persone condannate da più tempo dovranno avere la priorità di accesso quando si libera un posto all’interno delle APAC (criterio di anzianità).

Il trasferimento del detenuto dalla prigione comune al centro APAC viene effettuato con una scorta della Polizia solo dopo un ordine espresso dal Giudice che deve concordare e autorizzare il trasferimento del detenuto.

Il processo di recupero è l’aspetto principale all’interno delle APAC, volto a riscattare, professionalizzare e socializzare il condannato, reinserendolo nella società dopo il compimento della pena. Questo processo si divide in due tappe distinte: la fase iniziale della vita del recuperando all’interno delle APAC, chiamata fase di adattamento e una fase successiva che consiste nello scontare la pena in uno dei tre regimi presenti nelle APAC (regime chiuso, regime semiaperto con lavoro all’interno o con lavoro all’esterno e regime aperto) denominata di integrazione.

Di seguito spiegheremo meglio le due fasi:

Adattamento: al momento dell’arrivo presso il centro APAC, il recuperando, dopo essere stato accolto dai membri del Conselho de Sinceridade e solidariedade (CSS) formato esclusivamente da recuperandi, inizierà un processo di adattamento della durata di circa tre mesi da trascorrere all’interno del regime chiuso. In questo periodo, oltre alle attività generali svolte da tutti i recuperandi che si trovano all’interno dello stesso regime, il nuovo recuperando dovrà svolgere attività specifiche rivolte esclusivamente a coloro che si trovano in questa prima fase di adattamento. Un’ équipe multidisciplinare verificherà lo stato di salute fisica, psicologica ed emozionale del recuperando e il suo livello di scolarizzazione, le sue attitudini ed eventuali dipendenze chimiche. Nel caso in cui venga constatata una dipendenza chimica, viene avviato un trattamento psicologico o medico con il supporto di un centro specializzato. Partendo da questo i recuperandi verranno poi supportati da professionisti del servizio sociale, psicologi e altri professionisti nella costruzione di un progetto individualizzato di recupero.

Per quattro ore giornaliere, durante il periodo di adattamento, il recuperando dovrà dedicarsi allo studio del metodo APAC.

Sin da questa prima fase, inoltre, viene creata una relazione produttiva con la famiglia del recuperando con l’intento di aumentare la coesione famigliare e l’efficacia nell’applicazione del metodo APAC. È fondamentale che la famiglia sia coinvolta nel processo di recupero del recuperando, partecipando ai convegni e alle giornate formative promosse da APAC affinché possa conoscere le norme dell’istituto e comprenderne a pieno la metodologia.

Dopo i 90 giorni di adattamento il recuperando, se il percorso è stato positivo, può procedere verso la tappa successiva: l’integrazione.

In caso di non adattamento il recuperando farà ritorno nel sistema penitenziario comune dove potrà comunque avere la possibilità di accedere nuovamente alla struttura APAC in futuro.

Integrazione: dopo il periodo di adattamento, il recuperando passa alla fase di integrazione.

I recuperandi verranno trasferiti presso celle collettive sempre all’interno del regime chiuso, senza discriminazioni riguardanti il tipo di crimine commesso. Le celle sono composte da recuperandi che si trovano da più tempo all’interno dell’APAC, presumibilmente persone che credono a pieno nella metodologia, e dai nuovi arrivati.

In questa tappa vengono realizzate le attività descritte di seguito e viene specificato ai recuperandi che la partecipazione alle attività di carattere religioso è spontanea e volontaria per quanto riguarda i momenti individuali, ma diviene obbligatoria quando si tratta di attività religiose che costituiscono una occasione di socializzazione con gli altri.

Tra le attività svolte vi sono (Ferreira, Ottoboni, 2016):

  1. Atto di socializzazione del giorno – composto da un appello che viene eseguito da un funzionario APAC che chiama i recuperandi per nome. Successivamente viene realizzato un momento di riflessione dedicato alla Bibbia e alla preghiera del recuperando;
  2. Controllo delle celle realizzato dai membri del CSS affiancati da un funzionario APAC addetto alla sicurezza;
  3. Assistenza Giuridica nella fase di esecuzione penale e calcolo dello sconto di pena in base ai giorni di lavoro e al tempo dedicato alle attività educative;
  4. Lavoro di labor-terapia il più diversificato possibile con eventuale vendita dei prodotti creati. Il lavoro industrializzato (standardizzato in grandi linee di produzione) sarà concesso solo quando estremamente necessario e per un numero massimo pari al 10% del totale dei recuperandi che scontano la pena all’interno del regime chiuso. Questi recuperandi vengono selezionati con criteri oggettivi che tengono conto della lunghezza della pena, dell’esperienza pregressa nel settore della labor-terapia, della presenza o meno di ausili economici e del merito;
  5. Alfabetizzazione, scuola primaria e secondaria, corso di informatica, lingue straniere etc.;
  6. Tempo libero ed educazione fisica;
  7. Momenti dedicati al culto religioso;
  8. Uso della biblioteca;
  9. Momenti dedicati alla valorizzazione umana;
  10. Assistenza medica e psicologica;
  11. Supporto alle famiglie dei recuperandi;
  12. Contatto con le famiglie dei recuperandi tramite corrispondenza, visite settimanali e/o telefonate;
  13. Lavori diversificati: pulizie, portineria, responsabile farmacia, etc.
  14. Riunioni con gli altri detenuti;
  15. Visite intime autorizzate a persone con comprovato legame sentimentale stabile che avvengono in un’area dedicata con portineria separata;
  16. Coro e teatro;
  17. Giornata della Solidarietà Universale – in questa occasione i recuperandi trascorrono l’intera giornata all’interno delle proprie celle in modo tale da potersi concentrare in una riflessione interiore e le lasciano solo per partecipare alla celebrazione dell’atto di socializzazione mensile che viene realizzato a fine giornata alla presenza di tutti i funzionari e volontari;
  18. Corsi di perfezionamento riguardanti il metodo APAC;
  19. Giornata di Liberazione con Cristo;
  20. Contatto con i padrini.

Dal regime chiuso il recuperando può quindi accedere al regime semiaperto con lavoro all’interno delle APAC. Anche qui i recuperandi verranno accolti dai membri del CSS e vi permarranno per un minimo di 2 mesi e, oltre a tutte le attività presenti nel regime precedente, avranno modo di migliorare le proprie capacità professionali in diversi ambiti quali:

  • Cucina: preparazione dei pasti per i recuperandi di tutti i regimi;
  • Costruzioni civili: realizzazione e manutenzione di opere per il Centro di Reintegrazione Sociale;
  • Agricoltura: piantagioni di grano, fagioli, caffè, verdure e fiori;
  • Industria: caffè, panetteria, fabbricazione di mangime per bestiame e attività convenzionate con le industrie;
  • Servizi: fabbro, carrozzeria, officina meccanica, falegnameria, etc.
  • Allevamento: bovini, capre, uccelli, etc.
  • Medio ambiente: riciclaggio, giardinaggio, etc.
  • Linee di montaggio: esecuzione di servizi in collaborazione con imprese terze.

Quando il recuperando avrà compiuto un periodo previsto dalla legge per progredire al regime aperto, avendone merito ed essendone autorizzato giuridicamente, potrà lasciare il Centro di Reintegrazione Sociale una volta a settimana durante un mese per un lasso di tempo di quattro ore, con lo scopo di impegnarsi nella ricerca attiva del lavoro.

Dopo che il recuperando avrà trascorso nel regime semiaperto il tempo minimo previsto dalla legge e avrà una proposta di lavoro debitamente comprovata, potrà essere trasferito nello spazio dedicato al regime semiaperto con lavoro fuori dalle mura. Questo spazio è lo stesso destinato ai recuperandi che scontano la pena in regime aperto.

Il regime aperto quindi accoglie i recuperandi utilizzando il sistema della “prigione albergo”, ovvero i recuperandi rientrano nelle APAC solo per il pernottamento.

Il lavoro quindi è un requisito indispensabile per accedere a questo regime.

Le attività che il recuperando svolge in questa tappa sono:

  1. Convegni e corsi dedicati alla valorizzazione umana;
  2. Incontri di spiritualità;
  3. Studio interno ed esterno alle APAC;
  4. Riunioni finalizzate alla riflessione sulla vita in presenza di uno psicologo;
  5. Riunioni con gli altri recuperandi;
  6. Lavoro professionale;
  7. Celebrazioni di culto nella comunità;
  8. Colloqui finalizzati all’assistenza giuridica.

Inoltre i recuperandi dovranno:

  • Presentare mensilmente un attestato di lavoro firmato dal datore di lavoro;
  • Presentare mensilmente un attestato di frequenza scolastica se studiano fuori dal CRS;
  • Settimanalmente, se autorizzati, potranno partecipare a gruppi di aiuto anche fuori dalle APAC;
  • Settimanalmente, se autorizzati, potranno partecipare a celebrazioni religiose esterne alle APAC accompagnati da un volontario;
  • Nel caso in cui il posto di lavoro dei recuperandi si trovi vicino all’abitazione della propria famiglia, questi, se autorizzati, potranno recarsi presso l’abitazione prima o dopo il lavoro o durante la pausa pranzo purché questo non comprometta l’orario di rientro nel CRS.

In qualsiasi tappa del compimento della pena i recuperandi potranno essere sottoposti a esami tossicologici.

L’équipe è composta da funzionari e tecnici che lavorano nel settore amministrativo e da volontari qualificati che portano avanti il lavoro delle APAC grazie a fondi provenienti da donazioni effettuate da persone fisiche, giuridiche o realtà religiose, attività di promozione sociale, collaborazioni con le istituzioni e vendita dei prodotti realizzati dai recuperandi all’interno delle officine dei laboratori professionalizzanti.

Come abbiamo visto, APAC considera l’esecuzione penale un fenomeno graduale, nel quale vengono concessi dei “benefici” ai recuperandi in base al “merito”. Nel regime semiaperto l’ingresso del recuperando viene celebrato con un evento solenne, al quale partecipano volontari padrini e familiari. Nel regime aperto vengono accolti i recuperandi che si sono comportanti in modo esemplare durante l’esecuzione degli obblighi previsti nei regimi più restrittivi; se qualcuno venisse condannato direttamente a questo regime, difficilmente rispetterebbe le regole senza prima aver conosciuto le avversità del carcere (Ottoboni, 2014). Il metodo crede nel recupero di qualsiasi persona, anche di chi si comporta in modo indisciplinato in carcere, e attribuisce alle stesse carceri la corresponsabilità per le violenze che si verificano. Osserviamo che la transizione attraverso i diversi regimi dipende dal consenso dei giudici e dei delegati di polizia, che possono avere visioni molto differenti riguardo al processo di reintegrazione sociale. In questo senso le APAC svolgono anche un lavoro nei confronti dei giudici e della polizia affinché comprendano che il recupero attraverso il metodo APAC è possibile (Grossi, 2020).

Le complessità del Processo di Reintegrazione Sociale proposto dal modello APAC

Il metodo APAC vuole occuparsi anche del momento successivo alla liberazione dalla prigione, permettendo al recuperando di ritornare gradualmente in società fino a raggiungere una vita produttiva fuori dal carcere.

Nonostante ciò, non esiste un vero e proprio percorso strutturato per le persone che hanno terminato il percorso di reintegrazione, neanche nel caso in cui non siano riusciti a trovare un lavoro o una casa. Il ritorno alla società dopo l’uscita dalle APAC costituisce quindi un problema, visto che l’accompagnamento esterno è molto limitato, precario e principalmente basato su relazioni informali. Quando esistono accordi con le amministrazioni pubbliche che danno lavoro agli ex recuperandi, questi non hanno una durata illimitata. L’idea delle APAC è che, una volta uscito dall’unità, il recuperando dovrebbe essere già integrato grazie al passaggio attraverso i meccanismi graduali di liberazione dall’esecuzione penale, ma non sempre ciò accade.

Un buon esempio è rappresentato dall’APAC di Itaùna, la più antica che, proprio per essere profondamente radicata sul territorio, riesce a garantire lavoro ai recuperandi presso diverse imprese con le quali ha instaurato un legame (Grossi, 2020). L’accompagnamento esterno può quindi migliorare una volta che le APAC diventano più conosciute e accettate all’interno della società.

Il processo di reintegrazione del metodo APAC è principalmente centrato sul recuperando. Vargas (2011) ritiene che il reinserimento nella società possa diventare un ritorno nel mondo del crimine, se non sono stati apportati cambiamenti nell’ambiente di provenienza. Per questo motivo, come analizzato in precedenza, è di fondamentale importanza e utilità il lavoro con le famiglie, ma esso non è sufficiente ad attingere l’intero contesto di provenienza del recuperando.

L’esistenza delle APAC all’interno della società crea di per sé una modifica alla società stessa, promuovendo una riduzione dello stigma nei confronti dei detenuti. Anche se questa modifica è utile per favorire l’accoglienza nella comunità, non è comunque esaustiva nel risolvere le problematiche che può riscontrare un ex-recuperando una volta uscito dalla struttura. Secondo APAC l’appartenenza del recuperando ad un gruppo religioso e il lavoro presso un’impresa del territorio contribuiscono a ridurre lo stigma della società nei confronti di esso.

Il lavoro infatti è uno degli elementi fondamentali del metodo APAC che viene utilizzato per stimolare i recuperandi a riflettere sui propri valori, migliorare l’autostima e l’immagine di se stessi per cominciare una nuova vita.

La formazione lavorativa offerta internamente alle APAC dovrebbe vertere su varie professionalità, come ad esempio il parrucchiere, il cameriere o l’elettricista, ma spesso si riscontra una tendenza a destinare parte della qualificazione professionale alla formazione di manodopera che può essere impiegata dentro al carcere stesso, producendo forza lavoro interna senza retribuzione. Una critica che potrebbe essere sollevata al riguardo è data proprio dall’assenza di salario: se fosse retribuito il lavoro svolto potrebbe essere di beneficio al detenuto ma anche alla sua famiglia, contribuendo al suo sostentamento.

Nelle APAC invece non si parla di lavori salariati, ma di borse di formazione e ausili per le spese. Il concetto di lavoro volontario utilizzato da APAC nel processo di recupero è discutibile. Se infatti il lavoro, che è componente fondamentale dell’educazione dei recuperandi, è obbligatorio per permanere all’interno delle unità, perché spesso non viene remunerato, né con lo stipendio, né con la diminuzione della pena? In quest’ottica il lavoro può effettivamente far parte di un processo di reintegrazione? Se il rifiuto del lavoro può essere punito con il ritorno in carcere, può essere questo considerato una libera scelta?

Le APAC dovrebbero quindi professionalizzare i recuperandi per garantirne l’inclusione sociale effettiva, ma i lavori disponibili dentro le unità sono limitati e non garantiscono continuità una volta usciti.

La dimensione professionalizzante attribuita al lavoro dal modello è quindi ridotta, visto che spesso non è prevista nemmeno una rotazione che possa contribuire ad una maggiore varietà e flessibilità della formazione professionale dei recuperandi, alla scoperta di nuovi interessi e competenze e all’incremento della loro autonomia una volta usciti. Dunque, le strutture prioritizzano la produttività piuttosto che la formazione multidisciplinare. All’interno delle APAC, oltre alla formazione professionale, è di fondamentale importanza anche quella scolastica. A differenza delle carceri, dove esistono possibilità di iscrizione limitata nella scuola, nelle APAC quest’ultima è obbligatoria per tutti a discapito, in alcuni casi, del livello di interesse per lo studio dei recuperandi che, avendo la possibilità di accedere a numerose altre attività che spesso prediligono, si ritrovano a studiare perché obbligati.

Per quanto riguarda l’aspetto religioso, nelle carceri brasiliane esiste un evidente problema di imposizione religiosa cristiana ed evangelica che ostacola la laicità nell’esecuzione penale e il diritto all’astinenza religiosa del detenuto. L’aspetto religioso può quindi creare una sorta di selettività, privilegiando i cristiani, in una situazione in cui il trattamento penale dovrebbe essere universale. Anche all’interno delle APAC la dimensione laica dello stato non viene rispettata. Le persone, reputando che l’ingresso nelle APAC sia un privilegio, visto il brutale trattamento loro riservato nel sistema penitenziario comune, possono scegliere di aderire alla religione cristiana per ottenere un trattamento più umanizzato, trovando quindi un compromesso. Tuttavia, l’utilizzo della religione come punto fondamentale di appoggio per la risocializzazione è fondamentale per il metodo APAC. L’influenza religiosa è molto importante nell’esecuzione di tutto il metodo, avente come obiettivo il recupero del condannato. La religione è presente in tutti gli aspetti e viene considerata indispensabile per la buona riuscita del percorso del recuperando. È attraverso la religione che il recuperando raggiunge l’auto perdono e, insieme ad esso, la possibilità di un nuovo inizio. Quindi secondo il metodo, la religione ha la funzione di purificare il recuperando dal crimine/peccato commesso, con la possibilità di porre rimedio a tutto il male che ha causato, consentendo così che la persona abbia una nuova possibilità di vita felice insieme alla comunità.

L’aspetto religioso non invalida l’esperienza delle APAC, ma è necessario che queste non siano l’unica alternativa disponibile per le persone private della libertà che non sono e non vogliono essere cristiane.

Le APAC lavorano per il recupero della dignità umana, il rispetto degli altri, di se stessi e la costruzione di un progetto di vita alternativo alla vita criminale. Per questo è fondamentale anche che i recuperandi facciano esperienza di un clima sereno all’interno delle unità, affinché essi non provino risentimento, senso di vendetta o rabbia a causa delle privazioni o sofferenze patite all’interno del carcere.

Il periodo di detenzione all’interno delle APAC può essere un’esperienza positiva per coloro che non avevano alcuna prospettiva di inclusione sociale prima dell’ingresso: alcuni recuperandi definiscono l’incontro con le APAC una buona opportunità nella loro vita, dichiarando che senza questo incontro starebbero continuando a commettere gli stessi crimini. Questo aspetto apre quindi una riflessione sul contesto sociale nel quale le APAC sono inserite dato che, per riuscire a considerare positiva un’esperienza di privazione della libertà, la vita di queste persone doveva già essere priva di molti benefici e diritti prima dell’ingresso nelle unità di recupero (Grossi, 2020).

Il metodo APAC si basa sul pensiero che tutti sono recuperabili, senza discriminazioni in base ai reati commessi o alla durata della pena, ma è importante precisare che l’ingresso nelle unità è mediato dalle autorità giuridiche che possono impedire l’ingresso nelle APAC a persone che non abbiano tenuto una buona condotta dentro al carcere. Inoltre, le persone che rispettano la morale criminale non richiedono nemmeno il trasferimento presso una APAC poiché non interessate (ibid.). Questo va a costituire una sorta di scrematura e selezione delle persone in ingresso presso le APAC, andando probabilmente ad incidere sull’indice di recidiva delle persone uscite. Tra coloro che richiedono il trasferimento presso un’unità APAC ve ne sono alcuni che non sposano a pieno il metodo, ma che decidono di adeguarsi principalmente per garantire una maggiore tutela della propria famiglia che, nel sistema di detenzione ordinario, subirebbe svariate forme di violenza.

Permanere all’interno delle APAC richiede il rispetto di diverse regole riguardanti lo studio, il lavoro, la partecipazione alle messe, la disciplina e la manifestazione della volontà di reintegrarsi.

Le APAC sono un ausilio al sistema di giustizia. Si propongono come alternativa al sistema carcerario prevalente, non come la sua sostituzione. Il metodo perpetuato da queste strutture si pone in contrasto alla disumanizzazione dilagante presente nel carcere tradizionale. Il modello APAC si propone di sviluppare un ampliamento positivo dell’identità delle persone in stato di temporanea detenzione. In questo contesto invece di rinforzare strategie punitive e repressive si tende maggiormente alla reintegrazione in società, aspirando ad essa durante il percorso della condanna penale.                              L’assenza di violenza all’interno delle APAC è dovuta anche dal fatto di vivere in un sistema carcerario con migliori condizioni fisiche e materiali, ma anche dalla presenza della minaccia del ritorno al sistema carcerario comune in caso di infrazione delle regole. Accedere alle APAC significa accettare di uscire dalla vita criminale: se i recuperandi dovessero ritornare in carcere, questo provocherebbe in loro timore generalizzato perché potrebbero essere visti come traditori, rischiando di essere oggetto di discriminazione o addirittura di essere condannati a morte (codice di onore). La vigilanza è basata sulle relazioni di fiducia che si creano all’interno delle unità di recupero tra i carcerati, i volontari e i funzionari dell’istituzione. Qualunque infrazione è considerata un difetto dei programmi di educazione e reintegrazione nelle unità e ciò attiva una serie di azioni riparative per responsabilizzare colui che ha infranto le regole e ogni altro recuperando che non è intervenuto affinché ciò non avvenisse. Le infrazioni vengono affrontate prevalentemente con la prevenzione che è gestita attraverso un lavoro di persuasione psicologica, educativa e relazionale, visto che nessuno è armato all’interno delle APAC.

Secondo il metodo APAC, i volontari, insieme ai recuperandi, rappresentano il cuore del lavoro svolto ma, diversamente da quanto descritto dal modello, nella quotidianità è difficile che i volontari riescano a garantire una presenza costante e una continuità nel lavoro svolto all’interno delle unità.

Un rischio legato al coinvolgimento dei volontari riguarda le competenze e la professionalità di questi ultimi poiché, pur dovendo seguire un percorso di formazione riguardante il metodo APAC, le persone che esercitano lavoro volontario possono essere meno preparate rispetto a professionisti del settore o possono non essere responsabilizzate allo stesso modo dei dipendenti che hanno, al contrario, un ruolo professionale riconosciuto. Quest’aspetto, sicuramente importante quando al centro vi è la garanzia dei diritti, diventa ulteriormente delicato quando riguarda l’assistenza legale che spesso, essendo fornita da tirocinanti non ancora del tutto formati, risulta inadeguata. Un altro rischio in cui possono incorrere anche altre organizzazioni di volontariato riguarda il fatto che il modello APAC possa diventare un pretesto per un successivo disimpegno dello stato nel garantire i diritti dei recuperandi (Grossi, 2020).

Oltre a ciò, secondo il modello APAC, anche l’assistenza alle vittime e i programmi di giustizia riparativa hanno un grande potenziale per educare la società al perdono e all’accettazione delle persone private della libertà che hanno causato danni alle persone. Tuttavia, l’assistenza alle vittime non sembra essere strutturata in modo efficace così come i programmi di giustizia riparativa; inoltre, non vi sono risorse sufficienti per assistere le vittime che, spesso, non desiderano nemmeno essere coinvolte.

Conclusioni

Le APAC costituiscono un’alternativa possibile al compimento della pena privativa della libertà, con un metodo che mira al recupero del detenuto, alla protezione della società, al soccorso delle vittime e alla promozione della giustizia riparativa, riducendo così il rischio di recidiva. La filosofia del metodo è“matar o criminoso e salvar o homem” – uccidere il criminale e salvare l’uomo, attraverso lo sviluppo umano, religioso, in un ambiente sano e con la partecipazione della comunità.

Questo processo, infatti, coinvolge tutta la comunità in quanto corresponsabile dell’alto indice di criminalità, delle problematiche presenti all’interno delle prigioni ordinarie e del processo di Reintegrazione Sociale dei recuperandi previsto dal modello APAC.

Il modo in cui lo stato brasiliano affronta e gestisce gli effetti di un delitto/crimine sembra non aver apportato alcun beneficio per la società e per i detenuti. Per questo, nonostante i promotori del metodo APAC riconoscano la necessità di una profonda riforma sociale e di una costante ricerca delle cause che portano alla pratica di un crimine, ad oggi, il metodo APAC, pur presentando delle criticità, sembra l’alternativa più vicina al giusto ideale di punizione, intesa come privazione della libertà ma non della dignità, della salute, della cittadinanza, della famiglia e come possibilità di un futuro dignitoso senza la necessità di ricorrere nuovamente alla criminalità.

Preparare l’uomo ad una vita libera nella società sottomettendolo ad una vita rinchiusa dietro alle sbarre è un grande paradosso. Altrettanto illogico è stabilire se un uomo sia pronto o meno a fare rientro in società vivendo in maniera libera basandosi solamente sulla condotta tenuta all’interno della prigione e sull’atteggiamento avuto nei riguardi delle regole all’interno di un contesto dove, oltre ad essere privato della libertà, spesso, viene privato anche della dignità.

Le APAC hanno l’apparenza di una normale abitazione, non esiste la presenza di organizzazioni criminali al loro interno e il modello di comportamento adottato è lo stesso usato dalle persone libere il che facilita il ritorno nella società e diminuisce lo shock causato dalle differenze di comportamento e dalle diverse modalità di relazione.

La Legge di Esecuzione Penale brasiliana riconosce la necessità e l’importanza del processo di riadattamento del condannato dopo l’esecuzione della pena ma, di fatto, il detenuto che sconta la pena privativa della propria libertà all’interno di una prigione ordinaria, in molti casi non ha modo di essere accompagnato e supportato in un percorso di recupero e reinserimento sociale.

Da questo punto di vista i recuperandi delle APAC hanno un grande vantaggio nel processo di riadattamento e reinserimento nella società: oltre ad avere la possibilità di accedere ai tre diversi regimi all’interno delle APAC, come previsto dalla Legge di Esecuzione Penale, vengono preparati per tornare ad essere uomini liberi, responsabili per se stessi e per gli altri e ricevono un supporto psicologico, intellettuale e una preparazione professionale.

Riflettendo sul lavoro delle APAC possiamo notare quello che può essere definito un paradosso poiché per molti uomini e donne marginalizzati ed esclusi dal mondo del lavoro, senza alcuna prospettiva di miglioramento della qualità della vita, il fatto di essere entrati dapprima all’interno del sistema penitenziario e successivamente all’interno delle APAC, diviene un evento positivo nelle loro vite. All’interno delle APAC i recuperandi trovano la possibilità di accedere a risorse a cui non avevano avuto modo di accedere fuori: studio, formazione professionale, accompagnamento all’inserimento nel mondo lavorativo, alimentazione adeguata, salute, supporto psicologico e miglioramento dell’autostima. Grazie a tutti questi aspetti le persone hanno la possibilità di gettare le basi per una costruzione di un futuro migliore.

Secondo il metodo APAC, oltre al carattere punitivo della pena, si deve avere come finalità il recupero del condannato e il suo re-inserimento nella società e ciò è positivo non solo per il condannato ma anche, ovviamente, per la società tutta. Ne consegue che il ragionamento opposto è altrettanto vero: un sistema che non promuove il recupero del condannato e il suo reinserimento nella società, al contrario, aumenta il potenziale criminale della persona, favorendo la recidiva e questo, oltre ad essere nocivo per il condannato, lo è soprattutto per la società. Il grande indice di recidiva presente tra le persone che escono dal sistema penitenziario dimostra quanto questo stesso sistema dia origine ad un circolo vizioso che genera non solo un aumento della popolazione detenuta, ma anche un incremento della violenza e della gravità dei crimini commessi, restituendo alla società un criminale peggiore di quanto non fosse prima di aver scontato la pena. È necessario che la pena ricopra la funzione di punizione ma con il totale rispetto della dignità per recuperare, promuovere e valorizzare l’essere umano. È importante che il condannato paghi per quello che ha fatto, che prenda coscienza dei propri errori e delle conseguenze annesse, ma è altrettanto importante che acquisisca autostima, che abbia punti di riferimento positivi, basati su valori solidi e fraterni, in modo tale che inizi a comprendere l’esistenza di alternative possibili alla criminalità. Il successo dei risultati ottenuti dal metodo APAC è dovuto dal totale fallimento dello stato nella sua funzione di esecutore della punizione penale, dimostrando una incapacità totale delle istituzioni preposte di garantire la funzione riparativa della pena, la prevenzione e la risocializzazione.

La creazione delle APAC e la partecipazione della società organizzata nella ricerca di una soluzione efficace al problema della criminalità rappresentano un buon esempio di collaborazione tra pubblico e privato e, oltre ad un’alternativa umana di compimento della pena detentiva, APAC si dimostra un’opzione economica con un costo minimo per lo stato che finanzia solo l’alimentazione, mentre gli altri costi sono supportati da APAC grazie alle collaborazioni, ai volontari e alle donazioni. Le APAC sono quindi più economiche rispetto alle prigioni del sistema penitenziario statale e conducono a risultati migliori.

Per concludere possiamo affermare che APAC si dimostra un’alternativa valida ed efficiente per lo svolgimento della pena privativa della libertà. Il modello, basato sulla fiducia e sulla corresponsabilità del recuperando nel suo percorso di crescita e risocializzazione, ha dimostrato di poter rendere l’esperienza del carcere più umana ed efficace in termini di reinserimento sociale.

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