lunedì, novembre 12

La scienza del terzo millennio offre nuove possibilità all’investigazione scientifica, spianando il cammino a nuove ed appassionanti professioni forensi. Una di queste è l’Archeologia Forense

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Intervista al Dr. Giuseppe Palmieri Coordinatore del Master in Antropologia e Archeologia Forense INPEF PhD in Archeologia.; Prof. Collaboratore UCO (Universidad de Córdoba) Ricercatore del Grupo de  Investigación HUM 882 della Junta de Andalucía

Cos’è l’Archeologia Forense?

L’Archeologia Forense è la branca dell’archeologia che, attraverso l’applicazione di tecniche e metodologie condivise con altre discipline dell’area forense, partecipa allo svolgimento delle indagini sul campo ed in laboratorio, al fine interpretare il comportamento umano e, più precisamente, di ricostruire le dinamiche di un delitto grazie agli indizi ed elementi che compongono la scena del crimine.

L’affermarsi dell’archeologia forense è legato anche ai recenti sviluppi della bioarcheologia, e più specificamente dell’archeoantropologia, oggi orientata a considerare i resti scheletrici umani come un archivio biologico. Al fine di accertare elementi o fatti rilevanti per le indagini, gli archeologi forensi applicano le metodologie proprie dell’archeologia (ricognizione, tecniche di rilevamento, scavo stratigrafico, archiviazione e classificazione dei reperti) per la localizzazione e il recupero dei resti e per lo studio delle modalità e dei processi di deposizione, anche e soprattutto in considerazione del contesto di ritrovamento. 

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Quando è nata questa disciplina?

Il Regno Unito fu, nel 1988, il primo paese a impiegare gli archeologi per la ricerca di resti umani: il rinvenimento del cadavere di un minore da parte di un’equipe di archeologi forensi, segnò infatti l’inizio di una collaborazione, ormai consolidata, fra autorità inquirenti ed archeologi forensi negli scenari di occultamento di cadavere.

L’archeologia forense è oggi chiamata ad intervenire per rispondere a quesiti relativi agli occultamenti di cadavere, di armi, di droga, di refurtiva, ecc. e all’identificazione ed eventuale scavo in caso di sepolture belliche di massa.

In questo senso, in ambito europeo, la Spagna ha avviato, con l’approvazione della legge sulla memoria storica nel 2000, e dopo le numerose cause intentate dai figli delle vittime del Franchismo, numerose attività di scavo stratigrafico delle fosse comuni della Guerra Civile, riesumazione e identificazione dei resti delle vittime senza nome, anche grazie alla prova del DNA.

E in Italia?

In Italia la figura dell’archeologo forense è richiesta soprattutto in due casi: in occasione dello scavo di una sepoltura illegale rinvenuta accidentalmente o, nell’ambito di indagini specifiche, nel corso di un’inchiesta giudiziaria in cui si verifichi il rinvenimento di una o di varie sepolture.

Al monento del ritrovamento di resti umani in un contesto clandestino è necessaria e obbligatoria la presenza sul posto anche del medico legale; quella dell’antropologo forense è richiesta nei casi di ritrovamento di resti scheletrici. L’archeologo dovrà, quindi, interrompere tutte le operazioni di scavo fino all’arrivo di questi ultimi con i quali dovrà lavorare in equipe sotto la supervisione di un Pubblico ministero.

In caso di occultamento di cadavere, lo scavo, realizzato nel rispetto delle regole della stratigrafia archeologica, potrá aiutare a stabilire a quale periodo attribuire la tomba clandestina.

L’analisi stratigrafica, nella quale gli archeologi sono esperti, potrà fornire indicazioni sul terminus ante quem ed il terminus post quem  analizzando gli strati, gli oggetti ed i sedimenti di riempimento della fossa, il tipo di sepoltura e i materiali associati al defunto.

 

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Nel caso di rinvenimenti fortuiti infatti, non sempre è chiaro che si tratti di un cadavere sepolto clandestinamente o piuttosto di un’ antica inumazione. In questi casi l’ archeologo forense fornisce la corretta lettura della sequenza stratigrafica e, grazie anche allo studio del contesto e alla conoscenza dei riti e delle pratiche funerarie è possibile stabilire se si è in presenza di una tomba antica o di un cadavere sepolto clandestinamente dopo un crimine.

Lo scavo scientifico e l’interpretazione preliminare del contesto -lavoro previo all’attività di campionamento e conservazione preventiva dei resti rinvenuti nelle sepolture- permetteranno al medico legale e all’antropologo forense di compiere un esame minuzioso del cadavere in situ con la totale certezza che la disposizione originaria della salma non sia stata compromessa durante le operazioni di scavo.

Per comprendere l’importanza delle operazioni descritte fin qui è sufficiente pensare alle decisioni che un magistrato prende sulla base delle cosiddette “prove scientifiche”e sulla assoluta affidablilità che queste ultime devono fornire.

Cosa fare per diventare Archeologo o Antropologo Forense?

La definizione di un iter formativo specifico in Archeologia Forense è un problema non ancora del tutto risolto.

Fino al 2005 solo tre università nel Regno Unito presentavano all’interno della propria offerta formativa corsi specifici di Archeologia Forense. Il dato riveste particolare importanza se consideriamo che da almeno 30 anni questa disciplina collabora attivamente, in tutto il mondo, allo svolgimento di indagini di tipo forense.

Nel contesto delle scienze forensi infatti, le tecniche di indagine archeologica e la metodologia specifica del recupero dei resti potrebbero apparire come qualcosa di nuovo. Gli archeologi invece, usano queste tecniche e metodologie da almeno un secolo, sia per quanto riguarda le tecniche di scavo delle sepolture (soprattutto d’epoca preistorica, ma non solo), sia nel lavoro di rilievo e campionamento dei resti biologici associati al contesto oggetto di analisi.

É in quest’ottica che Master in Antropologia e Archeologia Forense promosso dal Dipartimento di Studi Forensi dell’Istituto nazionale di Pedagogia Familiare sviluppa le tematiche dell’evoluzione delle tecniche applicate, delle conoscenze teoriche e delle metodologie di campo applicate al momento del rinvenimento, del registro e dell’eventuale conservazione dei reperti organici e inorganici in un contesto funerario tradizionale o nel caso di ritrovamento di cadavere per cause di morte naturale o violenta.

Allo studente vengono fornite le nozioni necessarie all’interpretazione delle variabili archeologiche ed antropologiche associate ai diversi contesti, al fine di elaborare coerentemente l’esame delle prove rinvenute in situ e favorire una corretta lettura comparativa delle evidenze, grazie anche alla confutazione dei dati prodotti con le principali tecniche analitiche in uso nei laboratori specializzati.

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