lunedì, giugno 24

Ascoltare e credere ai bambini per avviare una rivoluzione culturale

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Imagine: ascoltare e credere ai bambini per avviare una rivoluzione culturale

Togliendo la libertà ai bambini non si uccide solo la democrazia, ma anche il naturale Diritto ai Desideri

Roma. Parole forti e coraggiose nel corso della seguitissima puntata di Imagine “Il Diritto ad Essere Ascoltati”, in cui la professoressa Vincenza Palmieri è stata intervistata dal giornalista Parlamentare e Caporedattore dei Telegiornali di Mediaset, Antonio Pascotto.

La Professoressa ha iniziato subito con la denuncia della carenza, forse persino assenza, di un vero ascolto dei bambini:

“Quello che accade con i ragazzi – al di là della riforma Cartabia e delle sentenze della Cassazione – è una peculiarità, pare addirittura che questi bambini o ragazzi non vengano proprio sentiti

Manca la parte principale che è proprio sentire le parole senza interpretarle, senza aggiungerci del proprio, senza metterci i nostri pregiudizi.

Non dovremmo dire: “Noi i ragazzi li ascoltiamo, però poi non dobbiamo mica fare quello che ci dicono.” Oppure, non dovremmo continuare a ripetere la frase fatta: “Ma il ragazzo non ha discernimento, perché il ragazzo è manipolato.” 

E chi l’ha deciso che è manipolato?

Quando qualcun altro deve decidere, solitamente un operatore sanitario, scatta la trappola.

Lì finisce la libertà di pensiero e di parola.

È qualcun altro che deve dire che puoi parlare: io ti devo ascoltare, per legge, ma poi io posso decidere se quello che dici ha valore o meno.” 

E quando a parlare è una bambina di 7 anni, un bambino di 11 anni, allora credo che dobbiamo essere molto coraggiosi e non farne lettera morta, cioè, non dobbiamo fare terra bruciata della comunicazione di questi ragazzi.”

Anche il crescente abuso autodiagnostico è stato messo in luce nel corso della puntata:

“Da alcuni decenni a questa parte si tende molto a interpretare i comportamenti degli altri. Dopo il lockdown c’è stata una sovraesposizione mediatica: pare che il disagio sia dappertutto.

I social pullulano di promo che servono a fare autodiagnosi: “Stai sempre sdraiato sul divano e rimandi; quindi, stai procrastinando. Questa è la tua patologia. Non riesci a portare a termine il lavoro che hai iniziato? Questa è un’altra patologia.”

In altre parole, si incomincia a indirizzare tutto quello che accade nei comportamenti, ma anche nelle relazioni, verso un’interpretazione diagnostica.
Io credo che questa sia una deriva pericolosa, molto pericolosa per la nostra società. Perché questo crea un sistema di controllo delle persone che è ancora peggiore di quando fu disposta l’apertura dei manicomi.

All’epoca, erano lo strumento per il controllo sociale. Adesso, come mezzo di controllo sociale e di potere, perché il controllo serve al potere, abbiamo l’interpretazione dei comportamenti.

Non c’è bisogno di riaprire i manicomi finché daremo spazio a questa libera interpretazione dei comportamenti.

Le faccio un esempio semplice di qualcosa che è capitata qualche mese fa a una ragazza che era in una struttura, un’istituzione totale, quindi era prigioniera. Questa ragazza protestava, voleva tornare a casa. L’interpretazione è stata che il suo comportamento era oppositivo, quindi doveva rimanere rinchiusa.

I nostri ragazzi protestano, sono in disaccordo. Ma il disaccordo non è un disturbo, non è una malattia. Pertanto, non possiamo accettare che al posto dell’ascolto ci voglia uno stabilizzatore dell’umore o l’istituzionalizzazione.”

Ma queste non sono le sole criticità del sistema attuale:

“I ragazzi, quando sono prigionieri, quando sono nelle istituzioni, sono innanzitutto privati della libertà. Un bambino non va privato della libertà. Non dovrebbe mai perdere la libertà, perché un bambino è il simbolo della libertà.

Quando facciamo questo, non spegniamo solo la democrazia, ma andiamo ad uccidere quella parte dell’essere bambino, dell’essere giovane, che è il Diritto ai Desideri.

Quando togli i desideri a un bambino, perché nelle istituzioni i ragazzi non hanno non possono avere desideri, se non quelli previsti, gli togli il diritto a partecipare.”

Ma non è tutto nero, la Professoressa Palmieri ha avuto anche parole di speranza:

“Io credo che noi abbiamo in mano una grande arma per ribaltare questa situazione.

Noi lo abbiamo capito. Noi abbiamo capito che i ragazzi e noi tutti abbiamo un diritto fondamentale a cui si pensa molto poco: il diritto di essere creduti.

Se noi incominciamo a credere a chi ci parla, soprattutto quando sono bambini, se iniziamo a credere e comprendere le loro comunicazioni, incominciamo a fare un cambio di rotta.”

E questo cambio di rotta non sarà figlio né del nuovo disegno di legge Nordio-Roccella né dei tanti tavoli istituiti per correggere il sistema:

“Il DDL va ad affrontare il problema dalla sua fine, cioè, come intervenire e come normare lo strappo. Cioè, parte dal momento dell’abuso.

Noi dobbiamo fare la norma su ciò che viene prima.

Noi dobbiamo regolamentare o legiferare la parte precedente: come evitare che ci possa essere un abuso e una violazione dei diritti umani così grave. Dovremmo stabilire come tutelare le famiglie, come gestire in maniera equa i quartieri, come impedire la povertà educativa. Questo è il disegno di legge che ci serve: un DDL che si occupi dell’inizio del problema non della fine.”

E per quanto riguarda i tavoli tecnici:

“Ho visto parecchi tavoli tecnici che sono stati istituiti a vari livelli. Ma chi siede a questi tavoli? Ci sono persone che sono parte del problema.

Quindi abbiamo deciso di creare una Commissione, un gruppo di lavoro fatto da chi il problema lo vive tutti i giorni, composto da professionisti che si occupano delle famiglie, in particolare i pedagogisti familiari. Un tavolo formato dalle famiglie, soprattutto dai ragazzi che hanno attraversato le istituzioni.

Le persone che hanno vissuto la prigionia ci possono indicare una buona strada perché non accada mai più.

Purtroppo, in questi ultimi anni abbiamo fatto tanta marcia indietro rispetto a quella escalation di democrazia che c’era stata un po’ di anni fa. Abbiamo avuto tante leggi autoritative.

La forza di queste persone, di quello che io chiamo il Popolo dei Diritti Umani, ha fatto sì che vincessimo nei Tribunali. Abbiamo vinto in Cassazione, abbiamo fatto giurisprudenza. Abbiamo portato fuori dall’abuso diagnostico migliaia di ragazzi.

Possiamo dirlo, bisogna farsene una ragione, io ci sono, noi ci siamo, il Popolo dei Diritti Umani è grande, è forte e continuerà a fare il lavoro, sempre di più.
Dobbiamo garantire il diritto alla speranza, perché, come ho sempre detto, il diritto alla speranza nella giustizia è quasi più importante della giustizia stessa.”

Ufficio stampa INPEF

 

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