sabato, ottobre 23

Dr.ssa Rosa Maria Di Maggio: “I media e la Scienza: considerazioni etiche per lo Scienziato forense”

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Tra gli esperti che prenderanno parte al FORUM “Il valore della Giustizia in Italia: tra prove oggettive e prove opinabili. L’Etica e le Perizie: il sistema italiano”, in programma a settembre, la Dr.ssa Rosa Maria Di Maggio, Geologo forense e Docente INPEF, un’esperienza d’eccellenza maturata per oltre 11 anni presso il Servizio di Polizia Scientifica della Polizia di Stato come esperto di analisi dei terreni e poi nella libera professione come consulente per Tribunali, Procure della Repubblica e Avvocati difensori. Insieme al Dr. Pier Matteo Barone terrà una rilevante relazione dal titolo “I media e la Scienza: considerazioni etiche per lo Scienziato forense”.

– Dr.ssa Di Maggio, il prossimo settembre La vedremo tra i protagonisti del Forum organizzato dall’INPEF, pensato per fare chiarezza sugli abusi e gli usi scorretti in ambito peritale, che potrebbero in qualche modo condizionare la realtà dei fatti. Avendo un’esperienza ultradecennale in campo forense, Le chiedo innanzitutto come l’Etica può contribuire a salvaguardare la verità, soprattutto in un ambito che ha a che fare con dati scientifici?

“Sicuramente si tratta di un tema quanto mai controverso e delicato. Nell’ambito del gruppo di lavoro Initiative on Forensic Geology di cui faccio parte, sono stata promotrice a tal proposito di un accordo con l’Associazione internazionale di Geoetica con cui abbiamo creato delle linee guida di etica per la Geologia forense, individuando quei principi etici e comportamentali che fossero di riferimento per lo scienziato forense, e che potessero dunque essere adottate da tutti, non solo dai geologi. In particolare, abbiamo realizzato un ‘white paper’ proprio sulla questione dell’etica per quanto riguarda le consulenze forensi, dove abbiamo evidenziato una serie di punti salienti. Innanzitutto la competenza dello scienziato che deve essere su diversi livelli di interazione (individuale, con i colleghi, con i committenti – ovvero avvocati difensori, giudici, sostituti procuratori…), con l’ambiente, con la società (vedi i reati contro i beni culturali) e, soprattutto, con i media, perché i media sono i primi a pressare i consulenti per ottenere informazioni, specialmente per quei casi di alta risonanza. Il secondo punto dell’etica dello scienziato forense è legato al contesto dei compiti propri dell’esperto, ovvero il ruolo che ricopre (come perito, come consulente tecnico di parte per la procura o per la difesa…): come tutti i professionisti occorre assicurare un aggiornamento professionale continuo e mantenere standard di condotta professionale, ed è il motivo per il quale ogni ordine ha il proprio codice deontologico”.

– Ci sono altri “pericoli” in cui lo scienziato forense può incappare?

“Certamente è basilare che l’esperto non sia influenzato da motivazioni di profitto, per esempio nel caso in cui si pretendano da lui delle evidenze improponibili da dimostrare; il consulente o il perito deve essere molto chiaro su cosa si può e cosa non si può ottenere dall’analisi scientifica e non deve oltrepassare i compiti previsti dal proprio ruolo: è assolutamente necessario dare dunque delle risposte che siano scientificamente valide, ripetibili e referenziate dalla bibliografia scientifica internazionale, e garantire che il procedimento tecnico-scientifico svolto per fare quella perizia sia accettato come valido dalla comunità scientifica internazionale. Altri compiti dell’esperto riguardano poi anche il riconoscimento e la gestione dei potenziali pregiudizi che inevitabilmente possono sorgere in ogni essere umano, ma che – se non vengono arginati – possono portare a dei veri e propri errori giudiziari”.

– Dal Suo punto di vista, come la Geologia forense, in quanto scienza, può contribuire a garantire veridicità e oggettività in un Tribunale, e quanto risulta determinante per lo svolgimento dell’attività peritale?

“La Geologia forense è una Scienza relativamente giovane rispetto ad altre Scienze forensi: in Italia si inizia a utilizzare questa disciplina negli anni di piombo a cavallo tra gli anni ’70 e gli anni ’80, quando si verificano i primi sequestri di persona. Si può dire che il primo caso, anche di grande risonanza, in cui la Geologia forense venne utilizzata e diede ottimi risultati, fu il sequestro e l’omicidio dell’On. Aldo Moro: sul corpo infatti – grazie alle analisi condotte dal Prof. Gianni Lombardi, grande geologo e anche mio mentore (con lui infatti diedi la mia tesi di laurea) – furono ritrovate delle particelle di sabbia, che permisero di circoscrivere la probabile area di provenienza di tale materiale; informazioni che furono date alla Squadra mobile, che andò a cercare probabili covi di terroristi proprio in quelle aree, dove presumibilmente si riteneva fosse stato tenuto Aldo Moro; non trovarono nulla, ma anni dopo gli stessi membri delle Brigate Rosse ammisero di aver prelevato e messo volontariamente sul corpo di Moro la sabbia proprio per depistare le indagini. Dunque le indicazioni che la Geologia forense può dare possono essere estremamente rivelatrici. Poi, durante gli anni, la Geologia forense si è sempre più sviluppata, maggiormente nei Paesi anglosassoni, ma bisogna riconoscere che inizialmente in Italia non c’erano grandi riferimenti per migliorare le procedure. Per questo motivo, personalmente ho partecipato nel tempo a diversi convegni internazionali proprio per conoscere le procedure adottate dai laboratori, come la stessa FBI, il che mi ha permesso di avere una rete di conoscenze che poi nel 2011 mi avrebbe portato a creare, insieme ad altri geologi internazionali, il gruppo di lavoro Initiative on Forensic Geology, con lo scopo di divulgare la Geologia forense non solo a livello accademico e facendo training presso le Polizie scientifiche di tutto il mondo, ma anche per delineare parallelamente le procedure e le linee guida riconosciute come standard a livello internazionale”.

– Dunque, quale valore rivestono le analisi geologiche?

“È indubbio che l’esame dei terreni possa dare un valido supporto alle indagini di polizia giudiziaria per localizzare l’area di provenienza, elemento utile per collegare un eventuale sospettato a un luogo o per comprovare una dinamica criminale. Questo perché i campioni geologici costituiscono delle valide tracce oggettive, dal momento che i terreni – essendo miscugli di vari componenti presenti in numero elevatissimo e in proporzione variabile (minerali, sostanze organiche, frammenti di roccia o di vetro, formazioni fibrose naturali o artificiali…) possono dare importanti indicazioni sulla provenienza. Ma dobbiamo ricordarci che mai esistono campioni uguali, dunque dobbiamo sottolineare che – eticamente parlando – l’esame delle tracce geologiche (ovvero quando si confrontano due tipologie di tracce per validare o scongiurare l’unione tra il sospettato e il luogo in cui è stato rinvenuto un cadavere), trattandosi di tracce naturali, non possono fornire un’indicazione di identità, perché nelle Scienze forensi le uniche tecniche che possono fornire questo dato sono l’esame del Dna e l’impronta digitale. Ecco perché a livello internazionale abbiamo stilato una scala di riferimento per dare un parametro di comparabilità; e chi non si approccia in questo senso rischia di dare un match che è eticamente sbagliato parlando di raffronti tra campioni naturali. E nella mia esperienza, ritengo che già approcciarsi con questo parametro di valutazione sia assolutamente fondamentale per garantire la scientificità di tali analisi”.

– Tornando al discorso dei media, col Dr. Barone terrete appunto un focus sul ruolo che i mezzi di comunicazione ricoprono in questo senso, non solo nell’affrontare casi giudiziari specifici, ma anche nel modo di approcciare i consulenti stessi. Quali sono i pericoli e quali gli elementi su cui lo scienziato forense deve focalizzarsi per rimanere nei limiti della deontologia e per non cadere nella trappola di questo pressing mediatico?

“I media approcciano i consulenti in maniera totalmente destrutturata, non si preoccupano minimamente delle procedure etiche e poiché hanno la possibilità di ottenere delle informazioni che la persona comune non ha, addirittura ce li ritroviamo durante un sopralluogo, dove ci placcano e ci tartassano per ottenere informazioni di qualsiasi tipo. E per farlo adottano dei mezzi non solo discutibili, ma anche gravi e anti-etici. Durante un sopralluogo che feci proprio insieme al Dr. Barone, un giardiniere del luogo che si è occupato di fare uno scavo, evidentemente subito dopo parlò con i giornalisti dicendo che avevamo trovato qualcosa, cosa assolutamente non vera. Bene, mi hanno telefonato per offrirmi del denaro in cambio di una foto, e questo a prescindere dalla realtà e dalla veridicità di quella foto: i media devono vendere un prodotto e nella loro considerazione totalmente distorta del rapporto costi-benefici, sono disponibili a ottenere qualsiasi elemento, anche non veritiero. Io avrei potuto scattare qualsiasi foto, ma non l’ho fatto perché mi sarei messa nella posizione di creare un precedente. Così come esistono delle talpe all’interno delle stesse procure: quando consegnai una mia consulenza di parte all’Avvocato, che poi la inviò al Tribunale, il giorno seguente le conclusioni della mia consulenza erano in onda in prima serata tv, parola per parola. Anche nella fase del dibattimento e del contraddittorio, in caso di un’udienza a porte chiuse, è accaduto che il consulente tecnico della procura appena uscito dall’aula ha rilasciato delle dichiarazioni ai giornalisti, che erano pane per i loro denti. La pressione può giocare davvero brutti scherzi, come il rischio di lasciarsi andare a dichiarazioni o considerazioni avventate che potrebbero compromettere una verità e dare adito a interpretazioni e interferenze non volute e pericolose”.

– Da questo punto di vista dunque la formazione è quanto mai fondamentale, sia sul versante della professionalità e delle competenze, sia su quello deontologico legato appunto all’etica e anche alla comunicazione?

“Indubbiamente se si facessero dei corsi di formazione anche per informare i futuri consulenti del fatto che possono accadere determinate situazioni, avrebbero l’opportunità di essere molto più preparati. E parliamo non solo dell’etica come condotta morale e professionale, che tutti dovrebbero possedere nella società, ma anche della comunicazione a diversi livelli: in un’aula di tribunale, quando ci si rivolge anche a chi di scienza non ne sa nulla, ma che deve utilizzare quel dato per decidere ed emettere una sentenza; e appunto a livello dei media, che possono distorcere determinate situazioni e avvenimenti. Ogni scienziato forense dovrebbe essere preparato a tutto questo e per esempio decidere o di non dire nulla al proposito, oppure – in concerto con i committenti – di rilasciare delle interviste, ma sempre in maniera morigerata e senza dare informazioni particolari o men che meno deduzioni personali, dunque rimanendo sempre in un ambito scientifico. Ecco perché la formazione si rivela quanto mai basilare e determinante: se si conosce un rischio, ci si può premunire e si può essere preparati a evitarlo”.

– Nei Master e Corsi di perfezionamento tenuti dall’INPEF, come vengono trasferiti questi insegnamenti ai futuri professionisti e in che modo si distingue la formazione in questo settore?

“Purtroppo moltissimi Master dedicati alle Scienze forensi non prevedono una formazione etica, dunque nel mondo delle Scienze forensi spesso manca questo passaggio di informazioni proprio sulla deontologia professionale, e questo già è un punto a sfavore. Fortunatamente in INPEF abbiamo pianificato delle lezioni dedicate a questo aspetto, ovvero alla formazione etica specifica, che si modulano in due parti: la prima, in cui vengono elencate le problematicità dovute alla mancanza di preparazione etica e quindi tutti quei punti che abbiamo visti inseriti nelle linee guida internazionali; e una seconda parte dedicata ad illustrare quali possono essere le possibilità di ‘male practice’, attraverso l’analisi di casi di studio reali in cui la mancanza di preparazione etica ha purtroppo portato a danneggiare inevitabilmente e irrimediabilmente il processo penale. Tutto questo, poi, in INPEF viene fatto parallelamente allo studio di tutte quelle che sono anche le responsabilità civili, penali e amministrative previste dal codice penale e dai Tribunali, in cui incorrono sia i periti sia i CTU. Mettere l’accento su tutto questo può fare certamente la differenza, e personalmente sono molto contenta che l’INPEF – al contrario di molte altre realtà che non prevedono questa tipologia di preparazione – abbia accolto molto favorevolmente la formazione del profilo etico del professionista. Il che dimostra quanto l’Istituto sia particolarmente sensibilizzato rispetto a questo aspetto, da non considerarsi assolutamente secondario, dal momento che ha esattamente la medesima importanza della preparazione scientifica”.

Clara Centili
Ufficio Stampa I.N.PE.F.

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