sabato, ottobre 23

Dr. Pier Matteo Barone: un occhio sempre attento all’Etica; dovrebbe essere in cima ai pensieri di chi vuole intraprendere questo cammino

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A settembre, al FORUM INPEF “Il valore della Giustizia in Italia: tra prove oggettive e prove opinabili. L’Etica e le Perizie: il sistema italiano”, la prestigiosa partecipazione del Dr. Pier Matteo Barone, Geoarcheologo forense, Senior Lecturer di Scienze Forensi presso la Nottingham Trent University, Membro di Geoscienze Forensi Italia®, e Docente INPEF.

 

– Dr. Barone, il prossimo settembre La vedremo protagonista al Forum organizzato dall’INPEF, un interessante webinar di approfondimento, fortemente voluto dal Presidente Vincenza Palmieri. A Suo avviso, come un settore così controverso come quello peritale può diventare un settore etico?

“Purtroppo molto spesso i periti che si occupano di Scienze forensi peccano alquanto di superficialità e mancanza di scientificità. Anche a partire da alcuni principi basilari, come l’uso di particolari termini che vengono utilizzati senza capirne il vero significato: per fare solo un esempio, il termine ‘compatibile’ non dovrebbe mai essere usato, parlare di compatibilità in questo ambito è una nefandezza logica. Dire che una ferita è compatibile con la lama di un coltello trovato sulla scena del crimine ha lo stesso peso di dire che quella ferita è compatibile con altri milioni di coltelli uguali a quello; la pallottola trovata in un corpo può essere pertinente alla pistola sulla scena del crimine così come a milioni di pistole dello stesso tipo. A volte, non si comprende come la soluzione più semplice sia effettivamente quella da perseguire, mentre al contrario sovente si tende a complicare proprio le cose semplici. Per quanto riguarda nello specifico le perizie di Geoarcheologia forense, le persone che si occupano di questo ambito troppo spesso peccano, come dicevo, di superficialità e mancanza di scientificità: magari perché usano delle perizie in stile ‘copia e incolla’ – addirittura spesso sbagliando la data (inserendo cioè una data antecedente al crimine stesso) – oppure peccando di fonti bibliografiche scientifiche riconosciute, e muovendosi invece ‘per sentito dire’ o in base alle proprie esperienze, cosa assolutamente da evitare. Bisogna sempre riportare esempi scientifici sulla base della peer review [la procedura di valutazione e selezione degli articoli o dei progetti di ricerca effettuata da specialisti del settore per verificarne l’idoneità alla pubblicazione o al finanziamento – N.d.R.] o che siano tratti anche da esperienze ufficiali estere, mentre troppo spesso nei Tribunali italiani i protocolli di riferimento (come quelli dell’European Network of Forensic Science Institutes – ENFSI) non vengono neanche presi in considerazione”.

 

– Proprio come esperto e consulente di Geo-Archeologia forense, vorrei chiederLe quale ruolo queste discipline rivestono nel contesto investigativo e peritale, e in particolare il contributo scientifico che possono apportare nel corso di un’indagine, nella ricerca della verità?

“La Geoarchelogia forense è un macro gruppo che racchiude in sé differenti discipline legate alle scienze della terra, e in questo senso risulta quanto mai importante il discorso del ‘forense’, termine che denota lo spettro precipuo di applicazione di queste discipline, ovvero tutto ciò che riguarda l’ambito legale. In particolare, la Geoarchelogia nell’ambito delle indagini sulla scena del crimine aiuta a focalizzarsi su una determinata zona e a cercare di capire dove ci si trova e che tipo di target forense stiamo ricercando. Si tratta sostanzialmente di una disciplina abbastanza eterogenea e variegata che unisce nozioni di criminologia e criminalistica. Purtroppo, in Italia, l’approccio geoarcheologico applicato alla scena del crimine non è così diffuso, mentre all’Estero è assolutamente normale e soprattutto protocollato. Nel nostro Paese le indagini geoarcheologiche si contano davvero sulle dita di una mano, il che può ricadere sul giusto evolvere delle indagini, delle investigazioni e anche del successivo processo; perché nel momento in cui nel corso del repertamento mancano una serie di elementi, ecco che questo può andare a nocumento dell’intero processo”.

 

– Ricca parte della Sua esperienza professionale attiene alla ricerca di persone scomparse, un contesto in cui evidentemente l’Etica diventa quanto mai essenziale, dal momento che si ha a che fare con famiglie che attendono di ritrovare il corpo di un proprio caro?

“Il discorso della ricerca delle persone scomparse è un tema quanto mai delicato e purtroppo affrontato ancora oggi in modo piuttosto superficiale sia da parte delle istituzioni, sia nei confronti delle famiglie. Le Istituzioni in particolare sono restie ad aggiornarsi e ad aprire lo sguardo verso esperienze provenienti dall’Estero, un atteggiamento che va a svantaggio delle famiglie stesse, le quali si aspetterebbero invece una risposta immediata. Ma capita anche che le Istituzioni pecchino di veri e propri errori legislativi di base, come avviene ad esempio quando il poliziotto o il carabiniere di turno non riceve denuncia prima delle 48 ore dalla scomparsa: una cosa assolutamente falsa, perché bisogna accettare immediatamente qualsiasi denuncia e da parte di qualsiasi persona la sporga. È risaputo e ampiamente dimostrato, infatti, che prima si agisce, meglio è, e l’intera esperienza estera è perfettamente in linea con questo aspetto, ovvero di intervenire tempestivamente – anche tramite l’utilizzo delle nuove tecnologie (come le immagini satellitari) – al fine di individuare persone scomparse nell’arco delle primissime ore. L’intero approccio andrebbe assolutamente migliorato, a completo vantaggio dei familiari, che potrebbero finalmente ottenere una risposta attiva, fattiva e immediata da parte delle Istituzioni, come giustamente si aspettano”.

 

– Dunque, qual è il contributo della formazione nel preparare i futuri professionisti del settore, soprattutto in che modo questi insegnamenti e questi principi deontologici e metodologici si traducono nell’esperienza in INPEF?

“In Italia, proprio perché esiste una situazione così critica nell’ambito delle indagini forense, l’educazione costituisce un aspetto fondamentale nell’istruire consulenti, periti, ma anche avvocati, pubblici magistrati, giudici e giornalisti stessi a capire il metodo utilizzato nelle Scienze forensi. Fortunatamente l’INPEF organizza tutti i suoi percorsi formativi, e in particolare il Master di Antropologia e Archeologia forense, inserendo insegnamenti che vanno in questa direzione, a partire dalla terminologia e dal significato intrinseco di una determinata Scienza forense, che consenta di capirne l’evoluzione e comprendere come questo metodo possa essere utile nelle investigazioni scientifiche. E con un occhio sempre attento al versante dell’Etica, che dovrebbe essere costantemente in cima ai pensieri di chi vuole intraprendere questo cammino e che, prima di spacciarsi come esperto in qualsiasi tipo di Geoscienza forense, deve essere innanzitutto consapevole della propria formazione e delle competenze specifiche che lo rendono un vero professionista”.

 

– A proposito di giornalisti, il Suo intervento – I media e la Scienza: considerazioni etiche per lo Scienziato forense, insieme alla Dott.ssa Di Maggio – verterà proprio sul ruolo dei media rispetto alla Scienza forense: un rapporto quanto mai delicato e che potrebbe rivelarsi controproducente nel momento in cui influenza, in modo fuorviante e distorcente, sia l’opinione pubblica sia i giudicanti stessi?

“In realtà i media sono un’arma a doppio taglio, nel senso che possono rappresentare un vantaggio così come uno svantaggio. Coinvolgere i media nelle Scienze forensi può infatti innescare quel noto fenomeno, denominato ‘Effetto CSI’, cambiando la percezione che la gente comune nutre verso la Scienza forense e le perizie scientifiche e, soprattutto, creando delle aspettative rispetto a qualcosa che scientificamente non è né fattibile né possibile. È successo che nell’ambito di un procedimento giudiziario, la giuria – elemento fondamentale nei processi americani – si aspettava di avere una prova balistica in un caso di accoltellamento. Ecco, questo è un effetto che può far sorridere ma che avviene realmente, e i media in questo senso non aiutano. Eppure c’è un aspetto positivo insito nei mezzi di comunicazione: a volte, infatti, i media sono paradossalmente gli unici a poter creare una sorta di pressione sulle Istituzioni, per fare in modo che qualcosa si sblocchi nell’ambito di determinate investigazioni, come nel caso di delitti irrisolti (cd. ‘cold case’) o di persone scomparse. Qualche volta capita addirittura che siano i consulenti stessi a contattare la stampa, magari solo per poter vedere sbloccata l’empasse istituzionale. Ma rimane fermo un punto basilare: deve sempre trattarsi di un rapporto professionale. Mai svendere informazioni solo per avere un ritorno mediatico”.

Clara Centili
Ufficio Stampa I.N.PE.F.

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