COMUNICATO
IL MALE DEL SECOLO NON È LA NOIA MA
L’ALTERAZIONE
di
Vincenza Palmieri
Presidente INPEF
Il male del secolo non è la noia, ma l’alterazione.
Di fronte alla comunicazione che corre veloce, occorre resistere alla tentazione di cercare sintesi improprie, efficaci come slogan ma nemiche della riflessione e della PONDERAZIONE sulla CORRETTEZZA E ATTENDIBILITÀ DELLE FONTI.
Si tratta del problema che ci poniamo quando sentiamo l’esigenza di filtrare le così dette FAKE NEWS e, prima ancora, della questione di stabilire fino a che punto la riflessione umana, che non è fatta solo di intelletto ma anche di sensibilità e di solidarietà, possa essere sostituita o anche solo oscurata dall’accumulo di dati indiscriminati, in cui potrebbe risolversi un uso inappropriato dell’intelligenza artificiale.
Il tema è grande e sta impegnando istituzioni e personalità del più alto livello, a cominciare dal Pontefice.
È nato, in quest’ottica, un progetto antropologico e culturale, curato dall’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare. Un corso di alta formazione culturale, aperto a tutti, in cui si rifletterà sul tema, diventato centrale, di come debba essere intesa l’intelligenza artificiale: uno strumento di velocissima consultazione di dati, da guidare e utilizzare mediante l’attento indirizzo dell’essere umano che la adopera; oppure un modello di conoscenza per tutti e su tutto, senza distinzione tra approssimazione e approfondimento, nel segno della velocità e, dunque, con l’esigenza di un paragone rispetto al modello rappresentato da scelte culturali, relazionali e familiari che sembrano più antiche, come quello della conoscenza mediante l’osservazione diretta, il contatto con la natura, lo scambio delle voci di generazione in generazione? E, ancora più in generale: l’inclusione e l’accesso al sapere per tutti comporta necessariamente notizie sbrigative, accumulo di dati e di sintesi banalizzanti, o lascia ancora spazio ad una riflessione con i tempi del cervello umano anziché della macchina? Infine: da quale patrimonio di dati ‘pesca’ un’intelligenza artificiale accessibile a tutti; da un patrimonio conforme all’opinione dei più o anche da riflessioni individuali minoritarie ma considerate in un’ottica di pluralismo?
Presiedere l’I.N.Pe.F. è il passo di un percorso che viene da un’esperienza antica, partita anche con l’insegnamento nelle Scuole Serali, quelle dell’inclusione, quelle che si svolgevano casa per casa, persona per persona, lavoratore per lavoratore; quelle che ponevano al centro un dialogo ed uno scambio di esperienze, prima ancora che una nozione da mandare a memoria o una regola grammaticale da applicare.
Ecco perché da sempre l’I.N.Pe.F. cerca di coniugare due esigenze: chi vi svolge l’attività di docenza deve essere un esperto della materia trattata, titolato sul Piano Accademico, professionale, didattico, istituzionale. Ma all’attività dei docenti viene talvolta affiancata la raccolta di testimonianze e di voci della società civile, con apertura pluralista anche -e forse soprattutto- a chi è considerato diverso, ‘non conforme’, particolare: così che sulla proposta anche di una minoranza (o addirittura di un singolo) si possa riflettere come sulla scienza acquisita nei programmi di docenza.
In centinaia, nel corso di decenni di attività dell’Istituto, sono stati chiamati a portare testimonianza della propria esperienza: su scelte relazionali, professionali, familiari, culturali. A tutti è stata data voce, senza guardare né, da un lato, alla fama già acquisita; né, dall’altro lato, a nomee di diversità o di ‘anormalità’. Con tutti si è dialogato: italiani e stranieri; cristiani e non cristiani; religiosi ed atei o appartenenti a confessioni altre, anche spesso additate, in modo malizioso e disinformato. A tutti si è prestato ascolto; a nessuno si è consentito di ergersi a maestro o portavoce di una verità non criticabile.
Nell’ambito della riflessione sui modelli dell’intelligenza ‘naturale’ e ‘artificiale’ è sorta spontanea -forse addirittura scontata- l’esigenza di acquisire la testimonianza di chi, come la signora C. B., non ha rinnegato una scelta di vita improntata al contatto diretto tra gli esseri umani e con la natura, allo scambio affettivo e relazionale nella natura, ma senza chiusure all’evoluzione possibile.
Non è condivisibile che la scelta di accogliere ed ascoltare questa testimonianza venga biasimata in ragione del fatto che si dia voce a chi è percepito come ‘diverso’ o ‘superato’ o anche solo ‘non conforme’ ad un modello sociale condiviso dai più o praticato in modo statisticamente maggioritario.
E non è giusto, inoltre, procedere per approssimazione e per ‘alterazione’, fino a dire che la raccolta di quella testimonianza sia un inappropriato incarico di docenza.
Chi testimonia la propria esperienza non si pone in cattedra; tantomeno lo pone in cattedra l’I.N.Pe.F., che cattedre non gestisce (e che si limita, piuttosto, in onestà e trasparenza, a riconoscere un minimo rimborso di spesa a chi si presta a trasmettere la propria esperienza a chi voglia farne argomento di seria riflessione).
E men che mai si assegna, sulla base della condivisione di una scelta individuale, un incarico di docenza pedagogica. L’I.N.Pe.F. non impartisce lezioni di pedagogia e il Pedagogista Familiare è figura professionale del tutto diversa e autonoma rispetto al Pedagogista: il primo è lo scienziato delle relazioni e dei diritti della famiglia e nella famiglia; il secondo è lo scienziato dell’insegnamento e dell’educazione. Tra le due figure è possibile e proficua la collaborazione, non certo la confusione.
Come è chiaro, la notizia “C.B. insegna pedagogia con una retribuzione lauta” è una vera e propria alterazione della realtà, forse dovuta ad una maldestra ricerca di una sintesi affrettata, ma con il pericolo che la cavalchi con acrimonia e malignità chi vorrebbe che si procedesse per modelli predeterminati e conformi all’opinione dei molti.
La nostra scelta è diversa, è quella del pluralismo e del multiculturalismo: si dà voce a tutti; si acquisiscono le esperienze; sulle esperienze si riflette con libertà di valutazione e di critica, ma non si giudicano le persone in base a parametri di ‘normalità’ o ‘diversità’.
Ecco, per concludere, la riflessione che riteniamo più importante su questa vicenda.
La comunicazione può essere aperta a tutti e coinvolgente senza necessità di diventare artificiale: è utile, anzi, che recuperi un qualche connotato naturale, che sia basata sull’informazione corretta, fondamento di una riflessione onesta: in questo quadro -e solo in questo quadro- ci si riconosce reciprocamente il rispetto di tutte le opinioni, anche di quelle diametralmente divergenti le une dalle altre.
Come si guarda avanti, dunque?
C’è stata l’epoca in cui abbiamo lavorato e ragionato – ed io per prima l’ho fatto – di temi culturali con le operaie e gli operai che avevano le mani ancora impastate di calce e di cemento, mentre il braciere ardeva sotto il tavolo e si abbrustolivano nel camino le fette rosse di pane povero. Lì abbiamo constatato che la classe operaia non poteva “andare in paradiso”, ma poteva partecipare alla formazione del sapere.
Oggi corre il tempo in cui alle braci e al camino hanno fatto posto le tecnologie e gli archivi di dati: è un tempo che consente ancora di scambiarci le esperienze e i saperi, come accadeva allora?
La risposta è nel confronto, nel confronto con tutti, nel confronto con chi è uguale a noi e con chi è diverso da noi, con chi approva e con chi critica, ma comunque con chi ha il coraggio di esprimersi raccontando scelte ed argomenti, non evocando censure e imposizioni di silenzio.
Siamo, Amici tutti, per amare, come diceva Lucrezio, le distese del mare che sorridono all’orizzonte, il cielo che si placa e riluce d’un bagliore diffuso, il volto primaverile del giorno che nasce tra i canti degli uccelli; siamo per Venere che abbraccia e blandisce Marte per convincerlo alla pace, ad uno scambio di tenerezze e riflessioni; non ci piacciono, invece, come non piacevano a Manzoni, i processi sommari agli untori, le censure degli improvvisati Catoni contro i diversi, le storie delle colonne infami.
Vincenza Palmieri
PRESIDENTE INPEF