sabato, ottobre 23

Dr. Antonio Turco: «Il Valore della Giustizia riparativa: un nuovo paradigma sociale»

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Al Forum INPEF “Il valore della Giustizia in Italia: tra prove oggettive e prove opinabili. Stato di Detenzione e tutela dei Diritti Umani”, che avrà inizio il 27 settembre, interverrà il Dr. Antonio Turco, Direttore Artistico del Carcere di Carinola, della Casa circondariale di Napoli Poggioreale e del Laboratorio teatrale detenute di Santa Maria Capua Vetere, e Docente INPEF, con una relazione incentrata sul tema della Giustizia in relazione ai diritti della popolazione detenuta. Ad aprire i lavori, una performance speciale tenuta da alcuni protagonisti della Compagnia teatrale “Stabile Assai”, da lui stesso fondata quasi 40 anni fa come risorsa di socializzazione e riadattamento per i detenuti.

– Dr. Turco, un’esperienza pluriennale maturata nella realtà carceraria che la rende un protagonista. Qual è il primo messaggio che si sente dare?

“Devo dire che come Coordinatore nazionale della Consulta ‘Persone private della libertà’ del Forum nazionale del terzo settore, non mi stupisco del fatto che – ancora oggi – c’è gente che mi chiede cosa sia la giustizia riparativa e se esiste una legge sul tema. Ecco, la giustizia riparativa non è una legge, né è qualcosa che si sostituisce alla dimensione penale e penitenziaria: è un paradigma sociale che riguarda e garantisce un aspetto su cui occorre intervenire da un punto di vista pedagogico, ovvero cosa può e cosa deve realizzare la comunità nei confronti dei due soggetti che sono all’interno dell’azione deviante, l’autore e la vittima”.

– Quali sono i percorsi che è possibile e doveroso attuare per garantire i diritti della popolazione detenuta, e qual è il ruolo che riveste la giustizia in tal senso?

“Quello che oggi esiste è purtroppo un modo vecchio di lavorare, perché – per le poche esperienze che esistono in Italia – si tratta di situazioni in cui, nella migliore delle ipotesi, siamo di fronte a rapporti tra i familiari di coloro che hanno subito il reato e gli autori del reato stesso. Il reato e la devianza si devono combattere lì dove nascono, nei territori. Il carcere così com’è strutturato non risponde purtroppo a nessuna esigenza riabilitativa. Detenuto e comunità, è invece questo il cuore su cui intervenire, ed è certamente questo il contesto in cui la giustizia dovrebbe produrre soluzioni alternative al carcere, che dovrebbe essere individuato solo come extrema ratio. Spesso si sente ripetere che ‘il carcere è l’università del crimine’: beh, è indubbio che per come sono oggi le cose spesso è davvero così, perché è innegabile non constatare che una persona che entra arrabbiata, il più delle volte ne esce incattivita anziché migliorata”.

– Quale dovrebbe essere allora il salto di qualità da intraprendere?

“Il problema centrale è proprio questo: se non riusciamo a capovolgere il modo di vedere il reato e i due elementi centrali dell’azione deviante, non riusciremo mai a realizzare una modifica dell’assetto sociale della nostra società, che dovrebbe basare gran parte della propria vita esistenziale sul concetto di perdono, inteso evidentemente non nel senso cattolico del termine, ma nel suo significato laico di comprensione, incontro, motivazione. Se lo Stato nega alla vittima la possibilità di avere un confronto con chi gli ha fatto del male (questa teoria è stata redatta da uno dei padri della giustizia riparativa, Nils Christie) quello che rimane è l’odio sociale, che poi esiste nient’altro che come sommatoria di tutti i singoli odi individuali che stanno dentro ai reati commessi. Se venisse data la possibilità di interagire, si attenuerebbe l’odio individuale, perché la vittima – sebbene non potrà giustificare l’autore del reato – potrebbe avere la possibilità di capirne le motivazioni. Se questo non avviene, l’odio sociale non potrà mai attenuarsi e prevarrà un’ottica forcaiola che mai e poi mai potrà credere nella giustizia riparativa e comprendere le opportunità e il senso che essa può offrire”.

– Alla luce di quanto Lei ha espresso, quale ruolo attribuisce alla formazione e quale funzione pensa possa avere l’INPEF in questo ambito?

“Ritengo da sempre fondamentale sostenere quella che mi permetto di definire metodologia della ‘formazione permanente’: tutti gli operatori, in qualsiasi ambito sociale siano presenti, dovrebbero essere pronti a verificare le proprie convinzioni e il proprio patrimonio di conoscenze, aggiornandolo e rendendosi disponibili a ‘mettersi in gioco’. Questa modalità formativa è il cuore del patrimonio operativo dell’INPEF che, da sempre, favorisce percorsi di conoscenza approfonditi su varie tematiche dottrinali in cui l’aspetto pedagogico è prevalente. Una delle funzioni fondamentali che storicamente sta svolgendo l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare è proprio quello di difendere il valore della pedagogia come dottrina intersecante tutti gli altri grandi ambiti specialistici, come la sociologia e più in generale tutte le dottrine sociali che si riferiscono alla persona. L’INPEF, grazie anche alla stimolazione costante prodotta dalla sua Presidente, Prof.ssa Palmieri, tende a privilegiare una conoscenza che, indipendentemente da una dimensione specialistica, coinvolga molti ambiti del sapere. Appare chiaro, dunque, quanto sia importante sostenere i percorsi formativi delle allieve e degli allievi dell’INPEF, perché il loro inserimento nel mondo del lavoro sarà quello di professionisti aggiornati, che rinvieranno sempre all’importanza della conoscenza il proprio senso di appartenenza professionale. Proprio il senso dell’appartenenza è quello che caratterizza il mio modo di essere docente, educatore, regista, scrittore. Non riuscirei mai ad esprimere niente di me stesso se non mi sentissi accolto in quella che molto più compiutamente potrei sentire come un alveo familiare. Ed è quello che sostanzialmente avviene ormai da oltre 10 anni con l’INPEF, che mi ha accolto e sostenuto nel mio percorso lavorativo”.

– Nel 1982 ha fondato la compagnia teatrale “Stabile Assai”, formata da detenuti e operatori carcerari, divenuta con il tempo la più importante espressione di drammaturgia penitenziaria italiana e che tra l’altro sarà presente con una performance proprio in occasione del Forum del prossimo settembre. In che modo il teatro può coadiuvare un percorso di riscatto personale e reinserimento sociale?

“Cosa ci hanno insegnato 40 anni di attività teatrale in Italia? L’esperienza ci permette di affermare che ha un senso la partecipazione ‘attiva’ del detenuto alla stesura del testo, modificando, di fatto, l’indirizzo abituale di proposta di opere classiche tradizionali. Nella storia della Compagnia ‘Stabile Assai’, mai è stato messo in scena un copione già scritto: abbiamo portato in scena sempre e solo testi inediti, scritti con la collaborazione di tutti i detenuti, e dedicati ai temi che portano la gente a stare in carcere. Nel corso degli anni, la Compagnia ha collezionato diversi riconoscimenti, proprio per il valore sociale dell’attività artistica che esprimiamo: nello spettacolo dedicato alla storia della Banda della Magliana (‘Roma, la Capitale’), sul palco c’erano dei veri esponenti di quella holding criminale; nel brano dedicato al periodo post cutoliano a Napoli, in scena c’erano persone appartenenti al clan Alfieri; nella rappresentazione dedicata a Giovanni Falcone, è il detenuto ergastolano Cosimo Rega ad interpretare la parte del Giudice Borsellino, ruolo per cui ha ricevuto il ringraziamento da parte del fratello di Paolo Borsellino. Ecco il senso della drammaturgia penitenziaria: essere altro da sé, uscire dalle solite cose e dai soliti circoli viziosi, uscire dai discorsi sui reati fatti o dai propositi sui reati da fare, che è poi la dimensione quotidiana di quello che avviene in un carcere. Non si parla mai di presente! Con il teatro invece si esce da quella caratteristica deviante che ha contraddistinto un’intera parte della loro vita. Il teatro capovolge le dinamiche e consente di mettere in discussione se stessi: attraverso il coraggio di salire su un palco, la capacità di stare in un gruppo e di lavorare con gli altri, il rispetto delle regole, il credere nel proprio lavoro, nutrendo quelle che sono le ‘life skills’ in un’ottica di empowerment. Il teatro è tutto questo, e all’interno di un carcere non è un elemento importante, ma assolutamente fondamentale per riconoscere l’identità strutturale e profonda di una persona. E poi, definisco da sempre il teatro come ‘palcoscenico dell’uguaglianza‘: perché chiunque sale su un palco è uguale agli altri, sia egli criminale, boss, giovane alle prime armi o persona che vuole cambiare… Questa è la magia del teatro: favorire la disponibilità nei confronti degli altri esseri umani. Perché gli altri, su un palco e fuori, sono la nostra famiglia”.

Clara Centili
Ufficio Stampa I.N.PE.F.

 

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