mercoledì, settembre 22

Dr.ssa Francesca De Rinaldis: «L’ascolto del minore e la contaminazione della ‘prova’»

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Prenderà parte al FORUM INPEF “Il valore della Giustizia in Italia: tra prove oggettive e prove opinabili” del prossimo 27 settembre, la Dr.ssa Francesca De Rinaldis, Criminologa e Consulente tecnico, Psicologa forense e anche lei tra i Docenti dell’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare, che in merito a un tema particolarmente vicino alla sua esperienza quale l’ascolto del minore in sede giudiziaria, farà riferimento proprio ai rischi di contaminazione della ‘prova’ che possono verificarsi in un ambito così delicato.

– Dr.ssa De Rinaldis, la Sua relazione mira a far emergere gli ostacoli che possono insorgere nel processo di ascolto del minore in ambito giudiziario. Ci spiega meglio?

“Bisogna considerare innanzitutto che il dichiarato del minore – quando è presunta vittima o testimone di reato – può assumere all’interno del procedimento anche valore di prova rispetto al reato stesso. Per questo motivo, quando si è in fase di ascolto, nel ruolo di Esperto in qualità di ausiliario di Polizia Giudiziaria, tale attività deve essere quanto più possibile preservata da fattori di contaminazione che possano minarne l’utilizzabilità in ambito processuale, ed anche da fattori che potrebbero suggestionare o condizionare il vissuto del minore e creare in lui percezioni distorte. Il Forum sul valore della Giustizia in Italia organizzato dall’INPEF, sarà in questo senso l’occasione per fare riferimento specifico anche ad alcuni casi di male practice, proprio come elemento di riflessione da cui partire per poter stimolare il dibattito su queste criticità, con l’obiettivo di favorire la conoscenza e la prevenzione futura delle stesse”.

– Operare in campo criminologico e forense, significa avere a che fare con numerose discipline e soprattutto con diversi professionisti: parlando di Etica e Giustizia, quanto è necessario essere ancorati il più possibile all’oggettività, evitando punti di vista particolaristici o pseudo-scientifici?

“Esattamente questa è la chiave: essere quanto più possibile ancorati a quella che è l’etica professionale ed avere piena conoscenza dei paradigmi scientifici. Sono proprio questi gli elementi che devono guidare e coordinare il lavoro dell’esperto che si approccia a questo compito così delicato, dove a prevalere deve certamente essere l’obiettività del metodo e le risultanze della sua applicazione, senza mai lasciarsi andare a interpretazioni o interessi soggettivi da parte di colui che conduce l’intervista”.

– C’è bisogno di una sensibilizzazione e responsabilizzazione in tal senso da parte del mondo scientifico-accademico così come degli ambienti della giurisprudenza?

“Per certi versi ci troviamo di fronte a un paradosso, perché abbiamo una normativa abbastanza chiara in questo ambito da anni (e in continua evoluzione) proprio nel rispetto e nella garanzia della buona riuscita di questi aspetti tecnici, e sempre nell’ottica della tutela delle vittime – o presunte tali – soprattutto in quanto minori, quando siano protagonisti di queste procedure. Abbiamo linee guida specifiche ed inoltre precisi parametri formativi di riferimento per l’esperto, che purtroppo in alcuni contesti sono spesso disattesi. A volte ci troviamo a lavorare con ‘esperti’ che si muovono con estrema superficialità e scarsa attenzione, laddove non vi è aderenza e conoscenza approfondita di queste specifiche normative e linee guida, che nel corso degli anni hanno contribuito invece a delineare una metodologia scientifica, proprio a tutela della vittima”.

– Parliamo di un ambito che evidentemente richiede figure altamente specializzate, preparate e in continuo aggiornamento. A Suo avviso, occorre ripensare in parte i profili e le competenze degli operatori coinvolti, in un’ottica prospettica più innovativa rispetto a quanto fatto finora? E qual è il contributo dell’INPEF in questa direzione?

“Uno dei principali fattori a garanzia del buon esito di questi accertamenti – oltre ad essere, come detto, l’aderenza e la conoscenza approfondita dei paradigmi scientifici e del metodo – è soprattutto l’esistenza di un dialogo consapevole tra la giustizia e il professionista che si approccia a svolgere questo tipo di attività tecnica a supporto della giustizia stessa. Da questo punto di vista, è necessario che gli organi giudiziari da una parte e l’esperto dall’altra, siano entrambi consapevoli dei limiti e delle competenze del proprio ruolo e del proprio mandato: occorre cioè sapersi reciprocamente interfacciare in modo costruttivo, rimanendo ognuno nel campo specifico della propria competenza. In altre parole, l’esperto non si sostituisce mai alla decisione giuridica, così come il magistrato deve saper delegare all’esperto e favorire l’esercizio autonomo del suo compito tecnico-scientifico, da cui poi assumere le risultanze emerse. Ma per fare questo, è d’obbligo conoscere limiti e competenze; l’esperto deve conoscere l’ambito giuridico in cui si sta muovendo. Nell’offerta formativa dell’INPEF ci occupiamo da tempo di fornire agli esperti che intendono mettere la loro competenza al servizio della giustizia, una formazione che mira alla strutturazione del saper fare ma anche del saper essere professionisti in questo settore. A tal fine, mettiamo in comunicazione efficace quelle che sono le esigenze della giustizia con il ruolo del professionista, che deve saper offrire supporto adeguato al sistema giuridico. Ovviamente tutto questo nel rispetto della scientificità, dell’etica e della tutela dei minori e delle vittime, che in questo ambito rappresentano e devono rappresentare il nostro principale oggetto di interesse”.

Clara Centili
Ufficio Stampa I.N.PE.F.

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