giovedì, marzo 21

TRATTAMENTO PSICOFARMACOLOGICO AI MINORI: DOVE STA ANDANDO IL SISTEMA EDUCATIVO ITALIANO?

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TRATTAMENTO PSICOFARMACOLOGICO AI MINORI: DOVE STA ANDANDO IL SISTEMA EDUCATIVO ITALIANO?

Torino, 25 febbraio 2019

L’intervento della Prof.ssa Vincenza Palmieri

Dove sta andando il sistema educativo italiano?
Io direi, soprattutto:

  1. dove è già andato,
  2. dove andrà,
  3. dove possiamo indirizzare le nostre forze.

Per rispondere a questi quesiti è forse necessario sottolineare quanto io parli per esperienza diretta. Questo è il mio lavoro: da oltre 30 anni, mi occupo di persone fragili. Attraverso il Programma internazionale Vivere senza Psicofarmaci, prendo in carico – con un team di esperti – ogni anno, dalle 700 alle 900 persone.

Ogni giorno incontro bambini, anche adolescenti e ragazzi, massacrati da crimini resi possibili da norme e linee guida attuative rivisitate e ripensate non col fine ultimo di dare beneficio. Ma esclusivamente per sedare, oltre alla persona, il fastidio che quella persona causa con la sua sofferenza o con il suo comportamento.

Ma perché noi proviamo fastidio? Lo proviamo a causa della nostra incapacità o mancanza di volontà a gestire quel comportamento e quella sofferenza.

Se noi sapessimo come fare, cosa fare, non avremmo la necessità di reprimere invece che aiutare.

  • QUALE SISTEMA?

Quindi, dove è già andato il nostro sistema educativo?

E cosa intendiamo per sistema educativo?
Da sempre abbiamo identificato scuola e sistema educativo. Ma un sistema è, per definizione, un intreccio di ruoli, funzioni, processi, enti e istituzioni.
Ad incominciare dal primo microcosmo: la famiglia. A seguire, un bambino non cresce solo in famiglia e a scuola ma anche nella squadra di calcetto, in piscina, all’oratorio, per strada. E questo, tutto insieme, rappresenta il suo sistema educativo. A volte si obbedisce più al Mister che ai genitori…

Non cerchiamo i colpevoli, se il sistema non è più accogliente e protettivo. Se così fosse, tutti si nasconderebbero e non otterremmo alcuna soluzione. Cerchiamo gli intrecci, le linee guida, le norme, gli interessi economici e politici che spesso svendono la parte migliore di noi: i più piccoli.

Dalla famiglia, alla scuola, all’oratorio, al quartiere: quella che un tempo era la rete sociale si è trasformata in una trappola per i più fragili, a causa di una filiera medicalizzante che attraversa tutto il sistema educativo, per trarne esclusivamente profitto.

Quando nel 2010 svelavamo perplessità prima e certezze poi, sulla medicalizzazione della più bella scuola europea – quella italiana – venimmo accusati di essere malevoli nel giudicare una norma che voleva tutelare i Diritti dei “bambini dislessici”. Oggi, con il numero di ragazzi diagnosticati nelle scuole, possiamo affermare che è scoppiata una pandemia; cioè che si è incardinato il mal costume diagnostico,connettendolo strettamente ad un sistema educativo che non può più chiamarsi tale, nel momento in cui inserisce i bambini in un catalogo.

E allora avevamo ragione: bambini arrestati dal sistema educativo e adolescenti “terra di nessuno”.

Ma cosa intendo con il costume diagnostico? Intendo la rete capillare che ha trasformato, ormai già da parecchio, il sistema educativo in un sistema diagnostico: una filiera che ha inizio sin dalla nascita. Ecco i luoghi e i passaggi di tale processo:

  • screening e diagnosi alla scuola materna per individuare i segni predittivi di un eventuale disturbo
  • invio in neuropsichiatria sin dai primi giorni della scuola elementare per diagnosi sui DSA
  • adolescenti in quartieri dove difficilmente sono previsti spazi per ragazzi e le politiche per l’infanzia e l’adolescenza scarseggiano. Con cartelli nei cortili e condomini dove è vietato, si legge, praticare qualsiasi tipo di gioco, relegando pertanto i nostri ragazzi davanti ad un video gioco.
  • oratori dove, firmando i consueti moduli per la frequenza, si legge, in piccolo, l’autorizzazione ad una diagnosi.

E lo psicofarmaco arriva dopo tutto questo. Strategicamente organizzato. Politicamente organizzato.

Per parlare di psicofarmaci – dunque. prima dobbiamo avere il coraggio di parlare di Governi, Organizzazione Politica, Sistemi Finanziari.

Se arrivasse il bruto e vi dicesse “tuo figlio deve drogarsi col Ritalin perché è uno scalmanato pazzo furioso”, forse, a fronte di una visibile violenza, da esseri intelligenti diremmo “no grazie”. Ma così non è: prima avviene la persuasione, la validazione scientifica pagata da grosse case farmaceutiche; poi arriva il web, i buoni consigli e la parolina magica e suadente che ammalia di più: la “tutela dei Diritti”.

“Legge per la tutela dei Diritti dei bambini con ADHD, Legge per il Diritto delle persone ai luoghi per la cura, cioè ai manicomi”: citare i Diritti ed i Diritti Umani, per tradire.

È proprio il caso di una recente proposta di Legge della Regione Umbria, dove, dichiarando di voler tutelare i ragazzi “argento vivo”, in effetti, tra i primi interventi, vengono previste strutture residenziali (cioè case famiglia psichiatriche) e psicofarmaci, unitamente a tanti soldi per la formazione e per la neuropsichiatria.

  • IL TRADIMENTO

Ed è proprio questo il punto: il tradimento.

Che passa attraverso il consenso mediatico.

Cioè, prima dello psicofarmaco si crea l’accettazione sociale.

Somministrare psicofarmaci a un adulto è già un tradimento. Nei casi che incontro ogni giorno, ho pazienti che non ne assumono uno solo; in genere quando vengono da me, arrivano con 10 psicofarmaci assunti contemporaneamente; spesso “con la pappetta”. Che cosa è: psicofarmaci sbriciolati nel mortaio e impastati miscelando compresse, capsule e prodotto in gocce, fino a diventare un impasto morbido e buttato giù tutto insieme… “così è più comodo!”

Uno shock chimico devastante ed invalidante. Dietro suggerimento del proprio psichiatra.

Ragazzi che non stanno in piedi, con la bava alla bocca, genitori che piangono e chiedono aiuto, affermando: “noi non lo sapevamo”; e quegli occhi devastati che chiedono solo pietà.  A 20 anni.

Ma se questo è un tradimento – e certamente lo è – il peggior crimine è proprio quello verso i bambini.

Un bambino non sa, si fida, ci dà la mano, si stringe a noi quando ha paura. Drogare un bambino è tradire la sua fiducia e condannarlo per sempre all’odio.
I ragazzi a cui somministrano psicofarmaci sin da bambini, quando io li incontro per la prima volta, esprimono un grande risentimento verso i genitori: “è colpa tua, sei tu che mi hai fatto prendere queste schifezze”. E il genitore: “io non lo sapevo! Mai avrei immaginato che saremmo arrivati a questo punto, non me l’avevano detto, non te li avrei fatti prendere, non li avrei presi neanche io per il dolore di vederti così ora!”

Drogare un bambino è bruciare il futuro. Ma è soprattutto devastare un’intera famiglia.

Un figlio ridotto in schiavitù, come quelli che vedo io ogni giorno, è come una pietra lanciata nell’acqua, apre cerchi concentrici all’infinito.

Quando droghi un bambino, droghi tutta la famiglia.

La cosa meravigliosa è che, quando lo salvi, non salvi solo lui e l’intera famiglia, ma tutta la società. Questo è il mio lavoro, il nostro lavoro.

Tre anni fa, venne da me una famiglia siciliana che, per motivi di lavoro, si trovava temporaneamente in un paese del nord. Il bambino, alla scuola dell’infanzia, era molto vivace. Le insegnanti chiesero un controllo, “per aiutarlo”. Il bambino venne fuori da un ciclo di visite ospedaliere con una diagnosi di ritardo mentale e ADHD, con una prescrizione di Ritalin, l’insegnante di sostegno e la concessione della Legge 104.

Ad un bambino malato si è portati a concedere molto – se non tutto – e, infatti, da quel momento, nessuno educò più quel bambino “perché malato mentalmente”.

La mamma però non voleva arrendersi a somministrare al bambino il Ritalin e questo aprì la strada ad una segnalazione al Tribunale per i Minori. I genitori vennero considerati inidonei per il loro figliolo, in quanto non volevano curarlo.
In più, dai documenti ospedalieri emerse il “consiglio” alla mamma di non mettere al mondo altri figli, perché avrebbero presentato la stessa sindrome del primogenito. I genitori rischiavano fortemente che il bambino fosse loro portato via. Fu allora che ci conoscemmo e furono presi in carico presso l’Istituto Nazionale di Pedagogia Familiare.

Casi come questo? Migliaia.

Che cosa facemmo? Prima di tutto osservammo il bambino; e il bambino assieme ai genitori. Riconoscendo ciò che era, senza infilarlo ad ogni costo all’interno di un catalogo diagnostico.

Osservammo e ascoltammo ore ed ore, esaminammo le performances del bambino e capimmo una cosa fondamentale: nessuno gli stava insegnando nulla. E ora che era in prima elementare, per solo due ore al giorno, nessun compagno lo voleva vicino.

Era condannato a rimanere analfabeta, capriccioso e prepotente: questo era quello che manifestava.

Allora, semplicemente, abbiamo iniziato a lavorare su quello, con la collaborazione dei genitori, del corpo docente che ho incontrato più volte, del capo d’Istituto e dei Servizi Sociali: lo abbiamo istruito, lo abbiamo educato. E lui imparava.

Un progetto di Pedagogia Familiare e di Didattica Efficace.

Non incontravo il bambino da questa estate. Ho rivisto la famiglia 15 giorni fa. Abbiamo rinunciato al Sostegno, alla Legge 104. E’ un bravo bambino; e la mamma ne aspetta un altro.

Che cosa voglio dire con questa testimonianza raccontata, una fra migliaia? Che dobbiamo ascoltare, osservare. E, in base a ciò che osserviamo, possiamo progettare un percorso di aiuto. Una terapia psicofarmacologica non avrebbe risolto il problema, lo avrebbe ingigantito.

  • CUI PRODEST?

Non è il “dottore cattivo” a dar origine a tutto questo. Ma i grandi interessi delle potenze mondiali, i signori della guerra e delle droghe. E, per parlare di ciò che ci è più vicino, tutto ciò risulta molto funzionale al sistema politico e di potere locale. Una filiera diagnostica e psichiatrica, che non nasce nella neuropsichiatria infantile ma nella spartizione di potere locale, bacini elettorali e opportunità di business. Ormai tutti fanno diagnosi e prevedono terapie; vedi la legge 170 dove l’insegnante indirizza o le relazioni degli assistenti sociali o degli educatori: un costume diagnostico all’interno della filiera.

Ma la legge 170, almeno così, come piccola istruzione d’uso immediata, ha delle indicazioni ben precise.

ALL’ART. 3, SI LEGGE:

per quegli studenti che, NONOSTANTE ATTIVITA’ DI RECUPERO DIDATTICO MIRATO, PRESENTANO PERSISTENTI DIFFICOLTA’, LA SCUOLA INVIA APPOSITA COMUNICAZIONE ALLA FAMIGLIA.

E’ chiaro l’iter: le legge dice agli insegnanti che devono esistere persistenti difficoltà, nonostante precise attività di recupero didattico mirato; ma questo contrasta con le linee guida attuative, con gli screening a tappeto e con quello che osservo ogni giorno. Vedo arrivare bambini che imparano mentre facciamo le osservazioni,; nessuno di loro presenta irremovibili persistenti difficoltà, a meno che non ci siano altri problemi.

Ma la nostra è ancora la più bella scuola europea, è ancora il luogo dove si incontrano insegnanti operosi e ragazzi liberi che uniscono l’Italia.

  • I RAGAZZI E LE LORO “ARMI”

Dove andrà il nostro sistema educativo? Si disintegrerà in una filiera diagnostica e psichiatrica, se non lo difenderemo. Se non attiveremo politiche scolastiche, di quartiere e sociali, basate sul Servizio, sul risultato, sulla tenuta delle Istituzioni insieme al rispetto degli Esseri.
È un momento politico e storico delicato. Ieri ho letto su un giornale: “Alle famiglie rom devono essere portati via i bambini”. Con tanto di croce celtica sul petto, appesa ad una catenella, a pronunciare queste parole era un assessore, cioè una persona di governo. Ai ragazzi posso solo dire di studiare la storia, la costituzione e i Diritti Umani, che sono il vero patrimonio per ogni essere umano. E di basarsi su questa conoscenza, per compiere le scelte corrette.
Si può fare la rivoluzione, con una piuma e una penna. E per chi non vuole fare la rivoluzione? Può semplicemente fare FUTURO.

E non posso non citare sul Dove andrà, la recente proposta di legge sull’ADHD nella Regione Umbria.

È vero che io mi occupo di bambini e di ragazzi. Ma non mi è mai piaciuto lavorare “per” qualcuno – soprattutto quando questo qualcuno non lo sa. Mi piace lavorare con qualcuno.

E oggi qui ci sono i ragazzi: le persone con le quali io solitamente lavoro.
Sarebbe bello essere di più.

In questa guerra contro la strage degli innocenti, che è in atto in questo momento in Italia, dov’è necessario essere in forte allarme, forse è bene che cominciamo a lavorare insieme e non separatamente.
È bene che tutti ci aiutino ad aiutare i ragazzi. Perché aiutare i ragazzi è aiutare la società.

I ragazzi in questo momento hanno delle grandi armi.
E l’arma più grande che posseggono – l’hanno detto premi nobel per la pace – è un libro e una matita: strumento di azione sociale.

Io aggiungo anche un dizionario, al libro e la matita. Ma soprattutto, aggiungo il fatto di lavorare tutti insieme; e aiutarci tutti a difendere il futuro che passa attraverso i ragazzi.

Pertanto mi aspetto che come sempre da parte vostra ci sia una grande attenzione a questi temi.

I cambiamenti sociali li hanno sempre fatti gli studenti. Dalla notte di tempi, in tutta la storia: in Cina, nei Paesi Arabi, in Italia, in Francia. Sono sempre gli studenti che hanno iniziato a seppellire chi non piaceva loro con un sorriso. 

Noi possiamo armarci di altre armi ed essere molto attenti a difendere il nostro futuro e la bellezza della nostra vita.

Insieme a questo, io credo che – se questo è possibile – potremo fare tanta strada. Perché prima ancora che venga richiesta la presa in carico sanitaria e psichiatrica dobbiamo ottenere la presa in carico sociale, quella del sistema educativo concreto, quello delle politiche umanitarie ed educative.


Quando vogliamo aiutare davvero i ragazzi, aiutiamoli a creare centri per lo studio, apriamo le scuole d’estate, i centri per gli adolescenti, apriamoci a politiche sociali e per il quartiere. Politiche in supporto alle Famiglie.

Perché i comportamenti, gli atteggiamenti, le sofferenze e i fastidi, prima di trasformarsi in qualcosa che venga letto come patologia e inserito nel catalogo delle diagnosi dei bambini – con tutte le fotografie, le “figurine” delle malattie dei bambini – diventino oggetto di attenzione ed intervento rispondendo a quella che è la richiesta reale.

Solo così seppelliremo con un sorriso gli abusi di chi medicalizza i nostri ragazzi. Solo così i nostri ragazzi saranno liberi di costruire una società altrettanto libera, fatta di Uomini, Donne e Cittadini consapevoli.

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